Séance spéciales

Le vénérable W. di Barbet Schroeder

A proposito di immagini potenti: che ne dite di un monaco buddhista, vestito d’arancione, seduto nella posizione dell’Illuminato, che incita i suoi fratelli monaci a odiare i musulmani? Che invita il suo popolo a difendere la “razza” birmana, a non fare acquisti nei negozi islamici, a resistere all’invasione degli stranieri? L’effetto è straniante. Per tutto ciò che il nostro immaginario (anche cinematografico) collega a quel mondo e a quella cultura. Ed ecco l’orrore incarnato in un’immagine paradossale, che lo rende ancora più incomprensibile e inquietante, quando un giovane islamico viene inseguito da una folla inferocita e preso a bastonate da un “pacifico” bonzo.

Le vie dell’odio sono infinite. Nulla è più efficace di un nemico, quando si tratta di governare un popolo, saldare una comunità, esaltare la sua identità. E da questo punto di vista nulla è più potente della religione, che radica l’identità in qualcosa che va oltre l’uomo e la storia, che può giustificare ogni sacrificio e ogni violenza. Non si salva neppure il buddhismo (in questo caso in versione theravada, la tradizione più antica), che nell’immaginario occidentale è sinonimo di pace (interiore ed esteriore), compassione, esercizio di consapevolezza che permette di liberarsi dalla schiavitù dell’ignoranza e delle passioni. Esattamente l’opposto di ciò che predica il Venerabile W, una specie di anti-Buddha (volendo trovare un’equivalente orientale dell’Anticristo biblico, col suo ribaltamento di valori), che fomenta il nazionalismo birmano e l’odio anti-musulmano col sorriso sulle labbra, che del buddhismo pratica le tecniche (la meditazione) e la forma, la tradizione, tradendone lo spirito e la sostanza.

Barbet Schroeder presenta Le Vénérable W. come l’ultimo capitolo di una “trilogia del male” cominciata con Idi Amin Dada (1974) e proseguita nel 2007 con L’avvocato del terrore. Ma qui si percepisce soprattutto l’esigenza di spiegare e rivelare, l’inchiesta, l’urgenza di raccontare fatti e protagonisti quasi totalmente sconosciuti in Occidente. Infatti il film a tratti è fin troppo didascalico (date, mappe, testimonianze, ricostruzioni storiche), l’impianto tradizionale. Si tratta di spiegare come è nata la fama di Wirathu, l’inquietante monaco protagonista del film, molto venerato in patria, che si prende anche la libertà di incitare il popolo americano a votare Trump. Si tratta di ricostruire la storia dei Rohingya, popolo di fede islamica, perseguitato senza pietà (Schroeder parla del «possibile primo genocidio del XXI secolo») e di dare un volto a quella realtà che conosciamo come “buddhismo etsremista” o nazionalista. Alla base del film c’è un lungo lavoro di ricerca e mesi di riprese clandestine, che hanno prodotto incontri e immagini inedite. C’è l’idea di raccogliere filmati e testimonianze anche da riprese amatoriali, o video postati su Facebook o Youtube (il venerabile W. è un abile frequentatore di social e fabbricatore di fake news).

Ma il documentario ha anche una struttura narrativa, fatta di suspense e rivelazioni, che si sposta tra passato e presente, che mette in scena un personaggio strabiliante (in un crescendo malefico quasi grottesco), che dialoga con una voce narrante a cui, in realtà, spetta il compito di sottolineare la distorsione del messaggio buddhista. Ed ecco allora le parole del Metta Sutta: «Comunque siano gli esseri viventi, deboli o forti, lunghi, grandi, medi, corti, piccoli o grossi, visibili o invisibili, vicini o lontani, nati o non ancora nati: possano tutti gli esseri senza eccezione essere felici (…) Come una madre proteggerebbe il suo unico figlio mettendo in pericolo la propria vita, così dobbiamo coltivare un amore senza limiti verso tutti gli esseri». Tanto per ricordarci che il problema non è la religione in sé, ma l’uso che da sempre ne fa l’uomo (e infatti, in scena, ci sono anche monaci anti-W). Qualche risposta, in quei libri e quelle tradizioni, ci sarebbe pure.