Un certain regard

O que arde di Oliver Laxe

O que arde e Viendra le feu: “quel che brucia” e “verrà il fuoco”. Il presente e il futuro. Il presente nella versione galiziana del titolo, il futuro in quella francese. Come il suo autore, Oliver Laxe, nato in Francia da genitori iberici, il film ha almeno due anime, almeno due tempi. Il presente, politico, di quell’arde, di un fuoco che brucia annualmente porzioni della foresta galiziana perché appiccato accidentalmente o volontariamente, perché i contadini praticano ancora il debbio (la bruciatura periodica dei residui di prati e colture per rigenerare i terreni), perché gli speculatori sperano di indurre una riqualificazione dei terreni o di influenzare il valore economico del legname o perché qualcuno semplicemente protesta contro le autorità amministrative. Quel che brucia è la sostanza del paesaggio, del paese, della cultura di quel paese.

Il futuro, dal sapore profetico, assoluto, palingenetico: verrà la devastazione, e la rigenerazione, e avrà il “volto” rovente delle fiamme indomabili che bruciano una foresta di eucalipto. Una foresta che è presentata, nella prima scena, da un moto impressionante di piante abbattute dalla spinta delle macchine (un gesto quindi meccanico, spersonalizzato), sotto la luce violenta dei riflettori notturni. Un moto interrotto dalla presenza, in mezzo ai giovani eucalipti – una pianta che il protagonista, più avanti, descriverà come infestante – di un albero secolare, dal tronco robusto e scavato, che non cede sotto i colpi delle ruspe. Ha un sapore, se non profetico, mitico, questo albero enorme, che troviamo successivamente usato come riparo dalla madre del protagonista.

Al suo terzo lungometraggio, premiato dalla giuria del Certain regard con il Prix du jury, il regista di Mimosas (Grand Prix alla Semaine de la critique nel 2016), torna nella terra dei suoi genitori, dei suoi nonni, una vallata galiziana isolata e, almeno in apparenza, inospitale, lontano da qualsiasi tentazione arcadica, che può ricordare l’Alta Langa, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato o, perlomeno, segue un passo differente. Come lui, torna in valle il suo protagonista, Amador, che ha scontato una pena per aver appiccato un incendio, e che da tutti è visto come un piromane seriale (lui, che nella vita reale è stato una guardia forestale); innanzitutto dai vicini, che cercano di rimettere in piedi una cascina abbandonata per farne un luogo d’accoglienza turistica. Da tutti tranne che dalla madre, l’ottantatreenne Benedicta, che lo accoglie sollevando la testa, senza affettazioni drammatiche, senza slanci, domandandogli «hai fame?», come se fosse sempre stato lì, accanto a lei, nei campi irti e difficili, con le loro mucche e il loro cane. Senza affettazioni e senza slanci, ma con un’idea appunto di tempo fuori dal tempo, fuori dalla cronografia contemporanea: O que arde è comunque anche un melodramma. Un melodramma asciugato all’osso, una storia in cui non sembra possibile alcuna redenzione.

Ma O que arde è anche, per molti versi, un documentario, o meglio, è girato seguendo l’avvicendarsi delle stagioni, si abbevera di realtà, di casualità, di incidenti che confrontano in un corpo a corpo tangibile, anche nelle immagini, il dispositivo cinematografico e il suo oggetto, fotogenico e infilmabile al tempo stesso: il fuoco. Il fuoco documentato per primo, prima di girare (e forse anche prima di immaginare) le scene con gli attori (tutti non professionisti, come è facile intuire). Dopo aver seguito un addestramento con i pompieri, durante la prima estate, Laxe e la sua équipe tecnica ridotta – immancabile l’operatore e direttore della fotografia Mauro Herce, compagno anche nelle precedenti avventure – si sono misurati con il dubbio, che emerge anche nello spettatore di fronte al film terminato, che le temperature sviluppate dagli incendi potessero fondere la pellicola 16mm, o, peggio, danneggiare le macchine da presa, distruggere gli obiettivi. Il passo successivo, ovviamente, era guadagnare la confidenza e il rispetto dei vigili del fuoco, e poi, successivamente, tornare a girare i personaggi, le loro stagioni, attendendo con loro una nuova estate e, con essa, la possibilità di una redenzione. Il finale, però, è girato per primo, e si capirà che quella redenzione, tra le fiamme, è impossibile.

Verrà il fuoco, verrà un futuro che è a tutti gli effetti una pagina già scritta.