Ancora sul rapporto con Fellini

Pasolineide

Tornando ancora una volta (l'ultima?) sul rapporto tra Pasolini e Fellini. Con l'espressione “errore critico” intendevo proprio un errore di interpretazione, cioè non basato su elementi concreti e documentati – necessari, nel caso di un argomento complesso come questo – ma su etichette, illazioni, pregiudizi. È sempre più dilagante l'abitudine di mistificare e adulterare le parole altrui, attribuendo loro significati di comodo: ecco che sostenere che qualcuno abbia commesso un “errore” interpretativo, ohibò, può diventare perfino l'espressione di un modo di pensare “totalitario” e “poliziesco”.

Non ho mai sostenuto che non si debbano porre in rilievo conflitti e differenze fra Pasolini e Fellini, che sono innumerevoli e smisurate. Ho infatti menzionato anche le polemiche che li hanno divisi e non ho trascurato di citare l'opinione negativa di Pasolini sul Satyricon. Sappiamo tutti che avevano posizioni politiche molto diverse e quasi sempre contrapposte. Ma la posizione di Fellini, in tal senso, per quanto ambigua e forse talvolta opportunista, non può certo essere ridotta ad un servile “andreottismo” perché scrisse dieci lettere gentili al Divo o non disdegnava di frequentarlo. Basta avere visto Prova d'orchestra o Roma per capirlo.

Un conto è parlare di “conflitti”, di differenze, e un conto è definire Pasolini un “controfelliniano”, ossia uno dei tanti che attaccavano Fellini e la sua opera.

Ho omesso, nell'intervento precedente, di aggiungere che Fellini e Pasolini si frequentarono assiduamente dal 1956 al 1960. In pagine che chiunque può leggere (Pasolini perfino in una poesia della Religione del mio tempo; Fellini in alcuni disegni e scritti del Libro dei sogni), sia Pasolini che Fellini hanno rievocato l'intensità di un rapporto che ebbe i caratteri di una vera e propria “amicizia”. “Amicizia” è una parola che hanno usato entrambi per definire il loro rapporto, in quegli anni. Certo, poi quell'assidua frequentazione cessò, ma da qui a trasformarsi in un rapporto di ostilità ne corre.

Ricordiamo qualche fatto concreto. Nel 1961, un anno dopo la freddezza temporanea calata nel loro rapporto per la mancata produzione di Accattone, quando il film (prodotto da Bini) fu bloccato dalla censura venne organizzata una tavola rotonda e uno degli interventi più polemici contro il ministero e più appassionati a favore del film fu quello di Fellini, seduto accanto a Pasolini, che apprezzò. Quell'episodio segnò la loro riappacificazione, anche se il rapporto non riprese con la stessa intensità di prima. Da ricordare anche che la stampa di destra attaccò violentemente Fellini proprio perché lo riteneva un “complice” di Pasolini. Anche questo è ampiamente documentato.

Ma a parte questi (e altri) fatti, l'elemento più significativo (come già ricordato da me nel precedente intervento) era l'interesse che Pasolini ha riservato al cinema di Fellini, che si è spesso espresso in parole di ammirazione: un elemento importante è che lo abbia citato in Uccellacci e uccellini e abbia anche rivendicato testualmente questa citazione. Una citazione che si aggiungeva a quelle di Chaplin, Rossellini, Dreyer, in quello stesso film. Che aveva quindi un ovvio valore di apprezzamento per l'opera di quel cineasta. Sarebbe, questo, un “controfelliniano”?

Sono stato rimproverato di avere voluto ridurre le figure di Pasolini e Fellini a una dimensione. Laddove invece è proprio l'etichetta di “controfelliniano” a ridurre tutto a una sola dimensione. Così come non ho mai inteso ridurre Pasolini ad un artista ortodosso, omogeneo e lineare. Quando mai? Non ho scritto una sola parola in tal senso.

L'espressione “egli danza”  - non ho mai detto che quella frase di Pasolini “celebri” la leggerezza felliniana - è ironica, anche sarcastica, ma ha un senso più complesso di un banale attacco a Fellini.

Il senso del testo di Pasolini sulla Dolce vita, poi, non si riduce certo ad un aggettivo denigratorio (“cattolico”) e proprio quell'articolo era talmente “controfelliniano” che la direzione del giornale che lo pubblicò, in conseguenza di questo testo in difesa del film, non volle più pubblicare testi di Pasolini e chiuse la rubrica che egli curava regolarmente.

Insomma, ridurre la visione pasoliniana di Fellini a un “controfellinismo” è peggio di una banalizzazione: è una falsificazione. Tanti amano affibbiare etichette – “controfelliniano” è appunto solo un'etichetta – per ridurre le idee a slogan apodittici. Ma per cercare di comprendere la problematicità, la complessità, l'ambiguità dei fenomeni che riguardano artisti come Fellini, Pasolini e altri, la prima cosa da fare credo sia proprio quella di liberarsi – una volta per tutte - dalle etichette.