"Chant d’hiver", in concorso

Il tocco (leggero) di Iosseliani

In un concorso come quello di Locarno non può che far bene la presenza di un regista come Otar Iosseliani. Già, perché se la competizione è solitamente attraversata da pellicole dal passo pesante e impegnate a tutti i costi, il tocco leggero e surreale dell’autore georgiano è una ventata d’aria fresca di cui, francamente, c’era un gran bisogno.

Non che Chant d’hiver sia chissà cosa, dotato di chissà quale portata innovativa, ma è quel tipo di film che, pur scorrendo lievemente e senza grandi guizzi, riesce a rimanere dentro più di tanti altri che si sforzano di penetrare le menti di appassionati e addetti ai lavori.

D’altronde è quasi sempre stato così il cinema di Iosseliani: sottile, tagliente nella sua apparentemente superficiale ironia, forte di riflessioni esistenziali che non vengono mai urlate, ma soltanto sussurrate all’orecchio di chi ha voglia di sentirle. Ed è ancora così che, arrivato a 81 anni, questo regista inclassificabile e diverso da tutti gli altri lancia i suoi messaggi.

Nel suo ultimo film si muove tra spazi e tempi diversi – il Regime del Terrore in Francia, la Guerra, Parigi ai giorni nostri – in cui agiscono gli stessi personaggi o, forse, semplicemente gli stessi attori. Iosseliani non alterna gli episodi, ma lascia poco spazio ai primi due per concentrarsi unicamente sul terzo, senza seguire una struttura convenzionale e puntando a un cinema libero da vincoli drammaturgici di qualsiasi tipo.

È proprio tra le vie della capitale che tratteggia varie figure, ladri e reietti, senzatetto e poliziotti senza scrupoli. La narrazione si fa presto caotica e priva di un vero centro a cui appoggiarsi: Iosseliani cerca l’essenza dell’umanità e ritrova i valori dell’amicizia e (perché no?) anche dell’amore.

Qualcosa scricchiola, è vero, e il film gira troppo a vuoto, disperso tra momenti privi di logica e una prolissità evidente, ma, nonostante tutto, è un’operazione viva e pulsante, che fa sorridere a denti stretti per la malinconia che si porta dietro.

Da vedere senza impegno, con un buon bicchiere di vino in mano (come il regista sicuramente desidererebbe) per poterlo accompagnare nella maniera giusta.

Piccola curiosità: nel cast è presente anche Enrico Ghezzi.