Centerpiece

Belle dormant di Adolfo Arrieta

Impossibile negare che i rifacimenti delle fiabe, negli ultimi anni, sono diventati consuetudine a Hollywood: tra produzioni da record, effetti speciali all'avanguardia e attori idoli delle ragazzine, il cinema disneyano, o più vastamente americano, ha riportato sugli schermi ormai quasi tutte le storie per bambini, da Cappuccetto Rosso (sangue), a La Bella e la Bestia, passando per commistioni innovative come quella, vecchia ormai di qualche anno, de I fratelli Grimm e l'incantevole strega.

Meno frequenti, certamente, invece i tentativi di rifare un racconto arcinoto, all'interno di un circuito più distante dalle major. Ma proprio qui, con una produzione franco-spagnola, si colloca Le belle dormant di Adolfo Arietta. Il regista spagnolo sceglie di reinterpretare, senza allontanarsi troppo dall'originale (ma riambientandola e riadattandola), la fiaba della Bella addormentata.

Senza l'uso di effetti speciali da capogiro, Arietta mette in piedi la storia del principe Egon, erede al trono di Létonia, il cui compito è quello di svegliare dal sonno di un secolo la principessa Rosamunde, del piccolo regno, incantato e “preservato dal turismo”, di Kentz. Come nell'originale, la bellissima giovane principessa (interpretata da Tatiana Verstraeten), a causa di una maledizione, è destinata a cento anni di sonno a partire dal momento in cui, il giorno del suo quindicesimo compleanno, si pungerà con un fuso. Con lei dormirà, immobile nel tempo, anche tutto il reame.

In parallelo a questo mondo addormentato, fatto di crinoline novecentesche, diademi e portamenti regali, propri dei regni da fiaba dell'immaginario collettivo, però, il regista dà vita ad un principato moderno, del nuovo millennio, realistico, quello di Egon. Qui il principe è un giovane ribelle, interessato più alla musica (fa il batterista) che al governo di un popolo, un ragazzo che si diletta tra viaggi in elicottero e festini con gli amici. Anche la spedizione verso Kentz, guidata da una fata-archeologa Unesco (perché fa parte degli interrogativi che un po' tutti ci siamo posti, il “come trovano la strada i principi?”), sembra quasi il viaggio di un turista: Egon scatta foto degli abitanti addormentati, col suo Iphone, come si trovasse in un museo delle cere. Soprattutto, Arietta sceglie di giocare col momento del risveglio della principessa, dei suoi genitori e dei suoi sudditi, quel momento che in genere sancisce la conclusione della fiaba. Andando oltre la parola “fine”, prova a chiedersi che cosa proverebbero questi personaggi, trovandosi, di punto in bianco, catapultati un secolo dopo: c'è così lo spaesamento, c'è la meraviglia, per i cellulari, per le nuove tecnologie, per quei rumorosissimi jet che volano nel cielo, ma poi ci sono, ad unire, senza tempo e linguaggio comune, la musica e la voglia di ballare, su cui si chiude il film.

Una commedia leggera, fresca, che mantiene della fiaba la devozione alla bellezza edulcorata, tanto delle immagini, quanto dei personaggi, uno su tutti il principe, impersonato da Niels Schneider. Nel mondo irreale di Kentz, così come in quello realistico di Létonia, nessuno è mai eccessivamente brutto, né nell'aspetto, né nell'agire e tutto si risolve sempre nel migliore dei modi.