"Fruitvale Station". Riflessioni su una città e sulla sua comunità afroamericana

Vivere a San Francisco

In occasione dell’uscita di Prossima fermata: Fruitvale Station, film ambientato nella Bay Area di San Francisco e basato su una tragica storia vera, abbiamo chiesto alla traduttrice Silvia Pareschi (Jonathan Franzen, E. L. Doctorow, Denis Johnson, David Means) un resoconto della sua esperienza da italiana trasferitasi in quella che un tempo era conosciuta come la città più liberal d’America e oggi vittima invece di un pesante processo di gentrificazione. A partire dal film e dal contesto sociale in cui ha preso forma, una testimonianza preziosa su uno dei luoghi più noti, e al tempo stesso sconosciuti, della società americana. 



Quando terminò la proiezione di Prossima fermata: Fruitvale Station, un silenzio di tomba regnava nella sala del modernissimo cinema Kabuki, nel quartiere Fillmore di San Francisco. I fatti raccontati nel film erano successi lì vicino, nel tempo e nello spazio, e gli spettatori in sala – pochi, a dire il vero – si agitavano a disagio sulle poltrone, con gli occhi lucidi e l’espressione sbigottita. 

Se tra il pubblico ci fosse stato qualche afroamericano, avrei probabilmente provato il tipico senso di colpa un po’ ipocrita del bianco liberal. Invece gli spettatori erano soprattutto giovani bianchi e asiatici, membri dei gruppi demografici maggioritari a San Francisco (insieme ai latinos, che però non ci si aspetterebbe mai di vedere al cinema in un quartiere benestante come Fillmore).

E pensare che negli anni ’40 e ’50 il Fillmore District era noto come «la Harlem del West»: un quartiere prevalentemente nero con un’economia fiorente e decine di jazz club. Negli anni ’60 e ’70, in seguito alla politica dell’urban renewal – o Negro removal come preferirono chiamarla gli afroamericani – il quartiere venne praticamente raso al suolo, e migliaia di abitanti vennero allontanati dalle loro case. 

Dopo un lungo periodo di abbandono, negli anni ’90 l’ex cuore nero della città venne coinvolto nell’intenso processo di gentrificazione che ancora oggi sta radicalmente trasformando il volto di San Francisco, e che ha come principale conseguenza l’allontanamento di tutti coloro che non possono più permettersi di vivere in una città un tempo famosa per la sua apertura e la sua accoglienza.

La comunità afroamericana si è trasferita nelle città dei dintorni (quelle almeno dove il costo della vita non è stato ancora reso esorbitante dalla vicinanza a Silicon Valley), e in particolare a Oakland, dove storicamente esisteva già una numerosa comunità nera che lavorava nei cantieri navali, e dove abitava anche Oscar Grant, l’involontario protagonista di Prossima fermata: Fruitvale Station

È a Oakland che si concentrano la classe lavoratrice e la classe media afroamericane della Bay Area, scomparse da tempo da San Francisco, vittime di una «African American diaspora» così drammatica che nel 2007 il sindaco Gavin Newsom creò una task force per cercare di porvi rimedio. A quanto pare non servì a molto: la popolazione nera di San Francisco, che nel 1970 era il 13.4 per cento del totale, nel 2010 era scesa al 6.3, il declino più rapido fra tutte le maggiori città statunitensi.

I neri rimasti a San Francisco sono soprattutto quelli che non hanno potuto andarsene, i poverissimi, i senzatetto, i tossicodipendenti o malati di mente che si concentrano soprattutto in due zone della città: lo squallidissimo Tenderloin, un’anomalia di fianco all’opulenta downtown, e le case popolari-ghetto di Hunters Point, una bella zona affacciata sull’oceano dove fino al 1994 si trovava un cantiere navale dell’esercito, che si è lasciato dietro un terreno inquinatissimo da radioattività e metalli pesanti (in entrambe le zone sono in corso progetti di riconversione).

E così oggi nella città più liberal d’America è normale non avere amici e colleghi neri, è normale essere abituati a vedere i neri solo come squilibrati che urlano per la strada o danno fastidio sull’autobus. Nessuno sembra badarci, ma basta pronunciare la parola «discriminazione» per suscitare reazioni scandalizzate. D’altronde, non sarà un caso se fra i dodici membri della giuria nel processo a Johannes Mehserle – il poliziotto che sparò a Oscar Grant, ricevendo una condanna a due anni per omicidio colposo che scontò solo per metà – non c’era neppure un afroamericano.

(Qui il blog di Silvia Pareschi, Nine Hours of Separation).