"Hiroshima mon amour"

Un'inconsolabile memoria

Nelle prime immagini di Hiroshima mon amour, i corpi abbracciati degli amanti sono ricoperti da una pioggia di cenere che sembra pian piano trasformarsi in lava, per poi svelare la pelle rilucente dei due, che rimangono stretti l’uno all’altra dopo una notte d’amore: Lei (Emmanuelle Riva), un’attrice francese a Hiroshima per girare un film sulla pace, Lui (Eiji Okada), un architetto giapponese, sposato, che si occupa di politica. 

Quell’abbraccio, sensuale e enigmatico, è simile a un altro abbraccio che si colloca, per sua stessa natura, fuori dal tempo: quello dei calchi rinvenuti a Pompei in una delle ultime sequenze di Viaggio in Italia. Un uomo e una donna, sorpresi dall’eruzione del Vesuvio, hanno trovato la morte assieme, e il loro abbraccio, intatto e immutabile, riportato alla luce dopo quasi duemila anni, consegna quel gesto all’eternità.

Come trasformare il ricordo in memoria, affinché non continui a pungolarci, impedendoci di vivere, ma rimanga con noi senza scomparire nell’oblio?

“Come in amore esiste questa illusione, questa illusione di non poter mai dimenticare. Comunque. Io ho avuto l’illusione davanti a Hiroshima di non poter mai più dimenticare. Così come in amore”. 

Eppure tutto si ripete e torna a riproporsi. Alla rinascita di Hiroshima potrebbe succedere una nuova distruzione, a un amore dimenticato ne seguirà un altro che a sua volta cadrà nell’oblio.

“Come te anch’io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza e come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria, una memoria fatta d’ombra e di pietra. Ho lottato da sola, con violenza, ogni giorno contro l’orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Come te ho dimenticato. Perché negare l’evidente necessità del ricordo?”.

Un uomo (come un Paese) è la sua memoria. Che consolazione può avere chi perde il ricordo di un viso caro, di una voce diletta? Niente ci appartiene. Non le cose, che contano poco. Non le persone, che sono solo di se stesse. Soltanto i ricordi ci appartengono davvero. Senza i ricordi, che sorgono dalle emozioni, la vita sarebbe una veloce corsa verso la morte, sempre uguale, in cui tutto si confonde ed è indefinito.

Per tenerli con sé e non farli scomparire è necessario fissarli al di fuori del tempo, come il calco di gesso che turba e forse salva dall’infelicità la coppia di coniugi nel capolavoro di Rossellini, o il volto della donna sul molo di Orly, che diventa per il protagonista de La Jetée la sola immagine di pace in tempo di guerra.

“Io ti incontro e mi ricordo di te. Chi sei tu? Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene. Come avrei potuto sapere che questa città era fatta per il mio amore? Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio? Tu mi piaci. Che avvenimento. Tu mi piaci. Che languore all’improvviso. Che dolcezza, tu non puoi sapere”.

Il perdersi dei due amanti nel lungo abbraccio iniziale di Hiroshima mon amour, durante il quale il tempo sembra essersi fermato e tutto quello che è stato e che sarà scivola sulla loro pelle, incapace, però, di separare quei corpi intrecciati, è il momento di grazia che permette, anche nella più tormentata esistenza, di assaporare la dolcezza del vivere. È l’abbraccio di chi, pur disperatamente, sa che la morte si contrasta vivendo.