L’equivoco della Storia

Ciò che si ricorda degli anni Ottanta, e ciò che l’industria dello spettacolo odierna vuole far ricordare, coincide perfettamente con l’immagine più stereotipata e superficiale di cui i decenni successivi – confortati da una critica pigra e quasi mai perspicace – si sono resi portavoce. Quello che i media hanno detto degli anni Ottanta è oggi diventato Storia, a tal punto che per rimetterne in proporzione verità e significati serve un lavoro di fino che sostituisce al colpo di spugna una sensibile ricerca.

Ricerca, bisogna ammettere, che il cinema e la televisione contemporanei (specialmente americani) non sono ancora riusciti né a chiarire, né a sviluppare. E la serie Netflix Stranger Things, che ha ricevuto ancor prima di cominciare un consenso plebiscitario francamente un po’ sospetto, ne è soltanto l’ultimo esempio.

Il tempo, si sa, non è stato clemente con il decennio socio-culturale di Reagan: gli anni Novanta non erano ancora iniziati che già si pensava di spazzarli sotto il tappeto, quei due lustri di carrierismo e di materialismo. Allora, però, c’era da aspettarselo, tanto fu il disastro dell’ideologia della reaganomics; la fretta con la quale il cinema statunitense Nineties chiuse quello degli Eighties, senza elaborarlo e senza in fondo capirlo, non ammise repliche. Tuttavia adesso, che di acqua ne è passata parecchia, potremmo cercare di farci meglio i conti. Al netto però della nostalgia, che per il cinema – e per qualunque epoca – è sempre stata una maledizione. Perché essa equivale a un ricordo obbligato, alla piegatura egemone della realtà, e Stranger Things, in tutto il suo vintage riesumato e opportunamente adattato al presente, in tutto il suo citazionismo e omaggismo, ne rinforza la sterilità.

Nella serie tv dei Duffer Brothers c’è ancora una volta la divulgazione assolutistica dell’essenzialità e dell’irripetibilità dell’amicizia e degli affetti degli anni Ottanta, quelli raccontati da Stephen King e da Steven Spielberg, da film quali E.T. - L’extraterrestre (1982) e Stand By Me - Ricordo di un’estate (1986), la ridiffusione di un immaginario sentimentale che trent’anni fa si credeva il solo rifugio possibile dallo yuppismo metropolitano. Ma se Robin Wood esagerava nel suo attacco frontale allo spielberghismo – specialmente a proposito di E.T. e I predatori dell’arca perduta (1981) – quale regressione accettata e celebrata alla puerilità, la sua distinzione fra un effetto puramente “infantile” e un altro infantilmente “puerile” era azzeccata, e coglieva idealmente e in largo anticipo il pensiero sugli anni Ottanta che avrebbe dominato le culture mediali successive (fino ai giorni nostri).

Perché se Stephen King fa ancora oggi fatica ad essere capito e riconosciuto dai più nella sua forma adulta (e meno di genere), è anche “colpa” di una riflessione univoca che su quell’immaginario, e su quel decennio, ha avuto modo di svilupparsi e prendere il sopravvento: cioè che «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni». La nostalgia è in questo caso la lente d’ingrandimento che rimpicciolisce e opacizza i contorni, e poco importa che metta a fuoco e dilati un brano new wave o il gioco Dungeons & Dragons, un volto o un’acconciatura: è comunque un verso comandato, benché piacevole e comodo; è uno strumento di violenza di cui il cinema si è fatto e si fa ritornello autoritario, jingle tormentone valido per tutte le stagioni – con più o meno efficacia e abilità, ma questo è un altro discorso. Ecco perché negli anni più recenti mi pare che il solo film americano in grado di evocare veramente gli anni Ottanta, senza mai dichiararli, sia Cold In July di Jim Mickle (2014), mentre Tutti vogliono qualcosa di Linklater (2016) non a caso si svolge all’alba della decade, che non critica e che non implica, ma che scorge ancora da lontano, al suo principio, una decade forse sognata, però ancora senza definizione, senza specifiche, di là da venire.

Quando il sistema cine-televisivo contemporaneo si ricorderà che degli anni Ottanta americani non serve più oggi rispolverare e rindossare il loro abito da anni Cinquanta Parte 2 (fu un’intuizione di William J. Palmer, ed è ancora utile, oltre che sacrosanta), e che furono gli anni della crisi e della devastazione agricola, dei giapponesi che si compravano tutto e quindi della paura della perdita della proprietà, della sproporzione delle misure davanti e dietro lo schermo, della psicologia alterata di fronte a uno specchio deformante, del sé meno fanciullesco e più cupo, del new horror come forma che mutava irreparabilmente la realtà, e non la irrobustiva o confermava, ecco, quando i film proveranno a riarticolare ciò che degli anni Ottanta si è non più ricordato, e cioè si è dimenticato a causa della lusinga della nostalgia mediatica, allora la Storia potrà finalmente riprendersi quello che le spetta, Stephen King sarà lo scrittore della maturità e non soltanto dell’infanzia, e la citazione diventerà maggiorenne.

L’amicizia di Stand By Me, o di Explorers di Joe Dante (1985), o di Scuola di mostri di Fred Dekker (1987: una delle ispirazioni più dirette di Stranger Things, ma purtroppo non lo ricorda nessuno), serviva come valvola di sfogo nei confronti di uno stato delle cose tragico e uno status quo claustrofobico, e nei casi migliori (il capolavoro di Reiner, ad esempio) risolveva nodi e trame altrove irrisolvibili: ma oggi, alla larga dal postmoderno – che però forse non è morto, alla prova dei fatti, sotto qualunque identità o denominazione lo si voglia collocare – e dalla cinefilia, essa non solo rappresenta uno sguardo finzionale falsificatore, ma funge da verifica appiccicosa di un’espressione di maniera, l’ennesima salita sul carro dei vincitori degli almanacchi.

C’è bisogno di un altro metodo: con questi anni Ottanta qui, gli anni Ottanta di Stranger Things e di J.J. Abrams, lo spettatore odierno subisce la diffusione (capitalistica?) della Storia, mentre lei, la Storia, e soprattutto quella degli Eighties e del loro cinema americano, esige non una riscrittura bensì una profonda rilettura. Allora sì che i tanto amati e odiati anni Ottanta, vissuti in diretta dagli ultra quarantenni di oggi, potrebbero tornare a farsi davvero vedere


Nota in calce
Che poi trovi gli anni Ottanta dove meno te li aspetti, e dove non sono previsti: il dolly conclusivo di Looking: The Movie di Andrew Haigh (2016) su Market Street a Castro, che sembra la conclusione di St. Elmo’s Fire di Joel Schumacher (1985), riesce a dire dell’amicizia e della persona e della Storia e del futuro più di tutte le puntate di Stranger Things messe assieme. Questione di sguardo, evidentemente.