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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Fuori concorso

The Duke di Roger Michell

Pensare che tutto quello che viene raccontato in The Duke sia (più o meno) davvero accaduto, ha dell’incredibile. Stiamo parlando di Kempton Bunton, un signore sessantenne di Newcastle alle prese con il finora unico furto presso la celebre National Gallery di Londra. Il malloppo è il quadro di Goya che dà il titolo al film ma il movente non è sicuramente l’arricchimento personale. Questo Robin Hood moderno aveva infatti seriamente intenzione di ricattare il governo per ottenere agevolazioni ai pensionati come lui in anni in cui la terza età stava venendo poco alla volta dimenticata. Pensando che la regia sia dell’autore della celebre commedia sentimentale Notting Hill, non ci si deve quindi meravigliare della presenza parallela di una linea narrativa più emotiva basata sul superamento di un pesantissimo lutto in famiglia e la relazione con una moglie sempre più stanca delle bugie del suo ladro gentiluomo. 

Roger Michell vince così una sfida davvero ardua: riuscire ad adattare tutto questo e renderlo popolare, alla portata di tutti. Il progetto è infatti l’emblema di quella pericolosa categoria che risponde al nome di “film deliziosi”. Tutto è al posto giusto: una regia calibrata, una sceneggiatura senza sbavature, interpreti in sintonia e un film che vuole scaldare i cuori senza mai prendersi sul serio. The Duke, insomma, non è nient’altro che il preciso riflesso del suo protagonista, un anziano bonaccione inglese guidato da una sincera ingenuità alla quale è impossibile resistere.

In questo parallelismo, in questo gioco di specchi ispirato dalla cronaca di cui sopra, risiede però l’essenza del lavoro. Michell firma un’operazione ben più complessa di quanto appaia, cercando di riflettere sull’importanza e l’unicità dei punti di vista. Un collettivo (che sia una famiglia, una città o un’intera nazione) è solamente l’insieme di tanti individui, ognuno con il suo passato, la sua esperienza, il suo credo. Provare a mettere d’accordo tutti sarà quasi sempre impossibile a meno che non ci si rispecchi gli uni negli altri.

Proprio come accade tra marito e moglie al termine della vicenda, ai giurati del processo che si esprimono all’unanimità, o (nel senso letterale) tra un occhio di donna e un occhio “di quadro” separati da un doppio fondale all’interno di un armadio. Rispecchiarsi nell’altro, comprendere e sposare il punto di vista altrui è la battaglia più difficile di tutte. Una battaglia che Kempton Bunton combatte da anni e anni senza mai riuscire a vincere; una battaglia che da individuale si fa sempre più collettiva sino a diventare addirittura nazionale e che può essere condotta solamente grazie al consenso unanime di tutti (non solo della giuria in tribunale). Una battaglia popolare insomma, proprio come il film che la racconta.