Emmanuelle Bercot

150 milligrammi

150 milligrammi (La fille de Brest in lingua originale) racconta la vera storia di Irène Frachon, pneumologa bretone, e della sua battaglia contro la casa farmaceutica Servier, responsabile del medicinale tossico che dà il nome al libro da cui il film è tratto: Mediator 150 mg. Combien de morts?

Pare ormai che la vocazione di molto cinema contemporaneo sia orientata ad un recupero della realtà – un’insistita propensione a ciò che è vero, come risposta sicura a una domanda, altrettanto ostinata, di autenticità. Lo spettatore comune sembra infatti soffrire di una patologica sfiducia nei confronti di chi, nel mondo d’oggi, si propone come role model, e nell’illusione che la Storia si caratterizzi inevitabilmente come progressione.

L’ultimo film di Emmanuelle Bercot solleva il problema in termini piuttosto espliciti: è ancora possibile, oggi, definire l’evoluzione umana come qualcosa di necessario o garantito?

«È la chirurgia di guerra, senza anestesia né guanti», ci viene ricordato. Difficile non accorgersi dell’assidua riproposizione di espressioni dal linguaggio bellico e della continua assimilazione della situazione al contesto di guerra: un confronto quantomeno pessimistico che sembra liquidare la questione con una risposta negativa.

Ma è proprio l’elemento del conflitto a permettere di sbrigliare l’eroe di turno. Che sempre più spesso, come nell’ultimo film della Bercot, non coincide con l’eroe tradizionale, ma con l’individuo comune. Una persona reale, ordinaria – normale – impegnata nella battaglia contro una minaccia altrettanto reale; e un modello con cui possiamo, finalmente e senza sforzo, identificarci, ugualmente bisognosi di verità e mossi da un’impellente sete di giustizia. Irène Frachon, da semplice pneumologa bretone a vera eroina del nostro tempo, impersona proprio questa idea genuina di role model, capace di soddisfare la nostra urgenza di autenticità. Forte e combattiva come la Florence di A testa alta, film della Bercot che ha aperto Cannes nel 2015, la protagonista porta avanti una narrazione che alle volte assume i tratti dell’inchiesta e che vede schierato un modesto team di medici e ricercatori provinciali contro il colosso della casa farmaceutica Servier.

La lotta per la verità è il fil rouge che corre lungo l’intensa storia del caso Mediator, di cui 150 milligrammi fornisce un resoconto accurato seppur non eccessivamente minuzioso.

Ma la verità, come torna evidente nel corso del film, fatica a trionfare, e non può rivelarsi se non attraverso l’ascolto. La musica, innanzitutto, che così spesso si confonde nel battito cardiaco auscultato con lo stetoscopio della protagonista, sembra avere un ruolo fondamentale non solo nello scandire i momenti della narrazione – il cui climax coincide con l’emozionante “rullo di tamburi” del figlio di Irène che anticipa l’epilogo vittorioso – ma anche e soprattutto nel penetrare le storie dei personaggi, personalizzandoli come i pazienti della pneumologa, come gli “individui dietro le cifre” del suo Babbo Natale.

L’ascolto è infatti il tratto che caratterizza il dream team dei ricercatori di Brest, e che permette il successo al termine della lunga battaglia contro il sistema, corrotto dall’avidità di interessi puramente economici. Di fronte alla sordità delle istituzioni medico-sanitarie e contro la spersonalizzazione dei pazienti ridotti a semplici valori percentuali, anche il film stesso naviga controcorrente: perché la protagonista non è soltanto definibile in quanto ruolo, come postula il classico film-inchiesta con focus oggettivo, ma è caratterizzabile quale persona. Una donna reale, una madre; e, prima di tutto, un essere umano – con le sue peculiarità, le sue bizzarrie e le sue debolezze.

La personalizzazione – della protagonista come degli altri personaggi – permette quell’immersione totale nella storia che, ripete la stessa Irène, è l’unico modo per comprenderla fino in fondo.

Di volta in volta più prepotente, come il mare che opprime la piccola immagine dell’eroina nei momenti clou dell’affaire, l’immersione è nondimeno necessaria. Il coinvolgimento spinge il film oltre il resoconto pseudo-documentario, travolgendoci in una storia che è autentica non solo perché vera, ma perché sincera, pura, genuina.

IL FILM

La fille de Brest
Emmanuelle Bercot
Francia, 2016, 128'
Sceneggiatura:
Emmanuelle Bercot
Fotografia:
Guillaume Schiffman
Montaggio:
Julien Leloup
Cast:
Sidse Babett Knudsen, Philippe Uchan, Patrick Ligardes, Olivier Pasquier, Lara Neumann, Isabelle de Hertogh, Gustave Kervern, Charlotte Laemmel, Benoît Magimel
Produzione:
Haut et Court, France 2 Cinéma, Canal+
Distribuzione:
Bim Distribuzione

Una pneumologa dell'ospedale universitario di Brest scopre un legame fra l'assunzione del farmaco Mediator e il decesso di alcuni suoi pazienti. Dopo aver sottoposto la possibilità di una correlazione di causa-effetto al gruppo di ricerca farmacologico della struttura, decide insieme a loro di chiedere all'Agenzia Francese del Farmaco di ritirarlo dal mercato, dove è venduto da una trentina d'anni. Ha inizio una guerra sproporzionata fra il piccolo team bretone, il Ministero della Salute e soprattutto il colosso farmaceutico che lo commercializza. Film ispirato ai fatti vissuti dalla dottoressa Irene Frachon tra il 2009 e 2010.




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