Alberto Rondalli

Agadah

Oltre a essere un libero adattamento da Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki, Agadah è un film su e che mette in scena l’atto e il piacere del raccontare. Lo sottolinea il titolo stesso, mutuato dalla terminologia cabalistica per evocare un’idea di narrazione nella sua accezione più ampia, ovvero comprendente qualsiasi tipologia e forma di racconto.

Per sua stessa ammissione, il regista Alberto Rondalli ha voluto prendere le distanze tanto dal testo originale quanto dalla trasposizione realizzata nel 1965 dal Maestro del surrealismo polacco Wojciech Has, da cui differisce sostanzialmente per la selezione dei blocchi narrativi, per la caratterizzazione di alcuni personaggi (tra cui il protagonista Alfonso Van Worden, reso giovane e imberbe come nel romanzo) e, soprattutto, per l’inserimento programmatico di Jan Potocki all’interno del tessuto narrativo, mettendolo nelle condizioni di interagire con i personaggi da lui stesso creati. Una trovata, questa, fonte di corrispondenze acute ed efficaci come il ritrovamento nel letto da parte di Alfonso della teiera utilizzata dallo scrittore per ricavare il proiettile con cui si sarebbe suicidato nel 1815, o lo sparo che pone fine alla vita di Potocki e che riecheggia anche nella finzione, raggiungendo il personaggio di Diego Hervas, suo alter ego.

D’altra parte, come Potocki ambiva con il Manoscritto trovato a Saragozza a comporre il più grande e ineguagliabile romanzo enciclopedico di sempre, così Diego Hervas compila cento volumi entro cui custodire tutto lo scibile umano, scontrandosi alla fine con l’impenetrabilità dell’occulto. E, per estensione, spetta al regista intraprendere la missione impossibile di sviscerare l’essenza di un romanzo di per sé intraducibile.

Come già Matteo Garrone con Il racconto dei racconti, anche Alberto Rondalli prende le distanze dalle convenzioni sociali e realiste del cinema contemporaneo italiano per abbracciare il fantastico, avvalendosi del potere dell’analogia per dialogare con lo spettatore e, quindi, con il nostro presente. Detto ciò, Agadah si spinge ancora oltre, evitando la struttura antologica e abbastanza schematica del film di Garrone, ma portando avanti un gioco di scatole cinesi, matrioske e virtuosismi drammaturgici che sono propri del capolavoro di Potocki ,e che Rondalli, con l’umiltà di chi riconosce i propri limiti di fronte a un’opera così assoluta, gestisce abilmente con picchi di visionarietà davvero encomiabili (per esempio, l’episodio dello sposalizio tra scheletri o quello dell’incontro con la giovane vampira).

In questo senso Agadah è una grande e sorprendente cattedrale barocca in cui convivono armoniosamente generi e suggestioni molto diversi tra loro (gotico, racconto storico e picaresco, eros e horror), ma tenuti insieme da una leggera vena ironica che sdrammatizza e incanta, proprio come nelle grandi fiabe della nostra tradizione. Un’evidente cambio di rotta, quindi, rispetto alle rarefazioni e sospensioni del Derviscio, ipnotico film dal libro di Meša Selimović con cui Rondalli si era fatto notare nell’ormai lontano 2001, in favore di un linguaggio estremamente elaborato perseguito dal cineasta lecchese con metodo radicale e iconoclasta: scavalcamenti di campo estremi, il tradimento delle regole della continuità, piani sequenza a forma di “8” intorno a due personaggi, movimenti di macchina continui e carrelli di 30-40 metri.

Insomma, sicuramente non facile da avvicinare, Agadah è uno dei film italiani più innovativi e fuori dagli schemi non solo di questo 2017, ma degli ultimi anni. Sarebbe un peccato che passasse inosservato.

IL FILM

Alberto Rondalli
Italia, 2017, 126'
Sceneggiatura:
da "Manoscritto trovato a Saragozza" di Jan Potocki, Alberto Rondalli
Fotografia:
Claudio Collepiccolo
Montaggio:
Matteo Mossi, Alberto Rondalli
Musica:
Alessandro Sironi
Cast:
Valentina Cervi, Umberto Orsini, Riccardo Bocci, Pilar López de Ayala, Nahuel Pérez Biscayart, Marta Manduca, Marco Foschi, Jordi Mollà, Ivan Franek, Giulia Bertinelli, Flavio Bucci, Federica Rosellini, Caterina Murino, Antonio Buil Puejo, Alessio Boni, Alessandro Haber
Produzione:
Ra.Mo.
Distribuzione:
Amor Film

Maggio 1734. All’indomani della Battaglia di Bitonto, che portò definitivamente il Regno di Napoli sotto il dominio di Carlo di Borbone, Alfonso di Van Worden, guardia Vallone al servizio di Re Carlo, riceve da lui l’ordine di andare a Napoli nel più breve tempo possibile. Nonostante Lopez, suo fido servitore, cerchi di dissuaderlo dall’attraversare l’altopiano murgese, perché infestato da spettri e demoni inquietanti, Alfonso si mette ugualmente in cammino. In un intreccio fantastico, tra sogno e realtà, raccontato attraverso storie tra loro concatenate in un mondo popolato da briganti, zingari, forche, cabalisti e fantasmi, Alfonso farà il suo lungo percorso iniziatico che lo porterà tra allucinazioni, e magia in caverne misteriose, locande malfamate, amori scabrosi e apparizioni diaboliche.




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