Dante Ariola

La solita crisi d'identità

Se Pirandello avesse tentato di scrivere oggi Il fu Mattia Pascal avrebbe gettato la spugna subito dopo il ritrovamento del cadavere in avanzato stato di putrefazione nella gora del mulino di Miragno. Due controlli incrociati su Google, il riscontro sugli invasivi social network e l'intreccio si sarebbe fermato dopo qualche decina di pagine nell'impossibilità di procedere oltre.

La sceneggiatura di Becky Johnston invece osa. Dante Ariola, all'esordio in regia, asseconda. Wallace Avery (Colin Firth), uomo di mezza età in crisi, con un matrimonio fallito alle spalle e un figlio che non gli perdona le sue mancanze nel ruolo paterno, lascia un posto da direttore dipartimentale della FedEx, inscena la sua morte per annegamento, assume il nome di Arthur Newman, e sparisce inseguendo la labile promessa di trasferirsi nell'Indiana per lavorare come maestro di golf.

Ma si imbatte in Mike (Emily Blunt), bella brunetta dall'occhio ceruleo che si sta progressivamente gettando via, abbattuta da mille problemi e da alcuni vizietti difficili da correggere. Solo che neanche Mike è Mike, bensì Charlotte. Proseguono il viaggio insieme e si innamorano, come da copione. Ma non è una storia d'amore. Magari lo fosse. È invece uno stiracchiato tentativo di offrire un originale apporto sulla crisi d'identità che almeno ogni ventennio diventa oggetto di riflessione del cinema americano.

Una crisi d'identità che si nutre di un'osservazione quasi voyeuristica, che teme il contatto e si limita a scimmiottare le caratteristiche esteriori dell'universo con cui entra in relazione. Prendendo da ognuno un brandello d'individualità, una foto, un documento e tutta la moltitudine di storie che in essi si celano. Ed è su tale aspetto che il film si arena, sull'incapacità di trasformare la molteplicità di storie assunte in nutrimento per la vicenda individuale dei due protagonisti, mortificando l'eventualità in semplice incontro incidentale.

Dapprima la pellicola ha un accesso improvviso di erotismo che vorrebbe essere indice di una deriva sempre più rovinosa e invece è solo un'impennata dal dubbio equilibrio. Poi, verso la fine, come se ci si fosse accorti del fiato corto della storia, un'altra repentina sterzata, che ha tanto il sapore del taccone moralmente accomodante. Un rallenti finale cristallizza tutto e pacifica le coscienze. Pare quasi che la crisi d'identità su cui è incentrato il film investa la stessa costruzione della pellicola.

Metanarrazione? Macché.

 

IL FILM

Arthur Newman
Dante Ariola
Usa, 2012, 101'
Sceneggiatura:
Becky Johnston
Cast:
Colin Firth, Emily Blunt, Anne Heche
Produzione:
Vertebra Films, Cross Creek Pictures
Distribuzione:
Videa

Wallace Avery è stanco della sua vita. Divorziato, perennemente in conflitto con il figlio, insoddisfatto della sua situazione sentimentale, decide che è arrivato il momento di dare  una svolta radicale alla propria esistenza. L’idea di Wallace è quella di  provare a ricominciare da zero: si procura una nuova identità, assumendo il nome di Arthur Newman, e inizia a lavorare come professionista nel mondo del golf. Ma i suoi piani vengono scombinati dall’incontro con Michaela Fitzgerald, che Arthur trova svenuta sul bordo della piscina di un motel.




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