Mila Turajlic

Tito, il cinema, il passaggio del tempo

Nella frase di Jacques Rancière posta in apertura – “la storia del cinema è la storia del potere di creare la storia” – sta racchiusa, al contempo, la sfida e la morale di Cinema Komunisto. Perché la regista, con il suo intento di ripercorrere la storia cinematografica e politica di un paese estinto, si ritrova in definitiva a rincorrere la medesima folle ambizione di Tito: attribuire al cinema il ruolo di testimone di un’intera nazione, del suo passato e del suo presente. 

Cinema Komunisto finisce così per fare da perfido controcanto alle velleità del maresciallo, che vedeva nell’immaginario cinematografico il mezzo ideale per ricomporre le ferite della guerra – sanate dalla retorica dell’eroismo e dell’amor patrio – e cementare l’identità di una nazione. Turajlic segue lo stesso fantasma, ma lo fa a partire dalla consapevolezza della sua inconsistenza, nella prospettiva di un presente corroso dai segni del tempo, ben visibili sui volti dei personaggi come sulle pareti degli studi cinematografici Avala.

Laddove Tito guardava al cinema come al luogo di un incontro tra passato (i film di guerra) e presente (gli studi di produzione, il festival, i divi) che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, propiziare e fortificare l’orgoglio nazionale, Turajlic si pone nella prospettiva opposta: volge lo sguardo a ritroso per evidenziare lo scollamento tra passato e presente, guarda in profondità al carico di rimpianti, nostalgie e desideri perduti che ne costruisce il sostrato profondo, malinconico, a tratti (specie nella figura del protezionista) persino commovente. Ed è proprio questo tratto proustiano a fare la forza del film, a renderlo più originale e memorabile di tante altre (apparentemente) simili opere di rievocazione e documentazione storica.

In un saggio di qualche anno fa, Mario Perniola si esprimeva in termini giustamente critici nei confronti della memoria pubblica “che finisce con l’imbalsamare ciò che prende per proprio oggetto”, in quanto “spacciando la rievocazione come un evento dotato di un valore comunicativo autonomo, impedisce di comprendere che il passato era stato presente per coloro che lo hanno vissuto”. Turajlic evita la trappola raccordando costantemente il repertorio visivo delle immagini d’epoca a quello umano delle speranze, delle ambizioni e dei progetti che giravano intorno alla passione di Tito per il cinema. In breve, quel passato aveva un presente e un futuro, quelle persone guardavano avanti.

Nello stesso tempo, complice lo sguardo retrospettivo dei personaggi interpellati nel corso del film, la regista inevitabilmente si prende carico di quello che Paul Ricoeur ha definito “il ripercuotersi del futuro sul passato”, dando agli eventi trascorsi un senso nuovo e diverso, nella fattispecie opposto: al trionfalismo subentra la malinconia, alla magniloquenza il rimpianto, all’ottimismo la decadenza. E così, come nei migliori racconti di Alice Munro, il suo diventa essenzialmente un film sul passaggio del tempo: né sul passato né sul presente, ma sulla difficoltà – esistenziale innanzitutto - di misurare la distanza che separa l’uno dall’altro.

Ma se il cinema, per tornare a Rancière, ha il potere di creare la Storia, le sue immagini hanno il potere di creare le storie, anzi di ricrearle all’infinito. Ed è in questo modo che Mila Turajlic si prende una rivincita sul passaggio del tempo, affidandosi alla natura entropica delle immagini, alla loro capacità di non disperdere mai la propria energia espressiva.

Pescate dal repertorio di film lontani e dimenticati, le immagini acquisiscono nuovi valori. Un uomo che si allontana nella pioggia, volgendo le spalle alla donna che lo chiama, simboleggia la notizia del licenziamento, per motivi politici, di un produttore influente; una mano protesa nell’inutile sforzo di fermare il getto d’acqua che esce da una parete rimanda alle lotte intestine che posero fine allo stato jugoslavo. Come è giusto che sia, quando a farsi carico del compito di attualizzare il passato è un’artista e non uno storico, le immagini conservano - al di là della memoria culturale, forse addirittura suo malgrado - un preciso ed importante valore estetico.           

IL FILM

Cinema Komunisto
Mila Turajlic
Serbia, 2010, 101'
Sceneggiatura:
Mila Turajlic
Fotografia:
Goran Kovacevic
Montaggio:
Aleksandra Milovanovic
Produzione:
Dragan Pešikan
Distribuzione:
Cineclub Internazionale Distribuzione

Usando rari frames di film jugoslavi dimenticati, così come inedite immagini dai set, "Cinema Komunisto" ricrea la narrazione di un Paese, concentrandosi, in particolare, sul racconto del proiezionista personale di Tito, che gli mostrò film ogni sera, per 30 anni.




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