I quarant'anni di Il grande freddo

La memoria del bel tempo che fu

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Il 9 settembre di quarant'anni fa veniva presentato al Toronto Film Festival (la prima newyorkese sarebbe stata il 23 dello stesso mese) Il grande freddo di Lawrence Kasdan. La storia di un gruppo di ex compagni di scuola che si riuniscono anni dopo, in occasione del funerale di uno di loro, e che nell'occasione fanno una specie di ricapitolazione di ciò che erano e di ciò che sono diventati, non era nuovissima (ricordiamo giusto solo Return of the Secaucus Seven, 1980, di John Sayles), ma la sensibilità dello sceneggiatore-regista Kasdan, nonché la bravura degli interpreti (Berenger, Close, Goldblum, Hurt, Kline, Place, Tilly, Williams) e non da ultimo un'azzeccatissima colonna sonora (per lo più brani Motown anni 60), ne hanno fatto un'opera seminale, che è sempre un piacere, anche se un po' malinconico, rivedere. Di Il grande freddo ne scrisse Emanuela Martini, su «Cineforum» n. 235, giugno/luglio 1984. Riproponiamo qui la sua recensione.

 

«Cineforum» n. 235, giugno/luglio 1984

Scheda

Il grande freddo

 

Emanuela Martini

 

Come siamo - Non è facile confrontarsi obiettivamente con un film come Il grande freddo. Da una parte, irresistibili, nostalgiche pulsioni di adesione generazionale spingono all'immersione istintiva, al groppo in gola davanti a quelle facce, quei discorsi, quei rendiconti fallimentari; e soprattutto, forse, al dilagare sovratono di quelle musiche non semplicemente impacchettate in fastidiose compilations alla moda, ma finalmente ambientate psicologicamente (basti per tutte l'attacco notturno, complice, meditativo di A Whiter Shade of Pale). Dall'altra parte, però, i residui di lucidità mantengono in vita i dubbi: forse è vero che Bianca è meglio; certo è più lucido, più coraggioso, meno “marchettaro”. Forse è vero che The Return of the Seacucus Seven di John Sayles, meno infiocchettato, scava più in profondità nell'analisi politica.

Forse (e questo è il sospetto che rode di più), Il grande freddo è davvero un po' troppo alla moda. Esce nel momento giusto, con le facce giuste, ricalchi appena ringiovaniti di attori ormai mitici che avevano proprio quest'età, o appena qualcosa di meno, in “quegli anni”. Troppo vecchi oggi i Nicholson, Gould, Field, Bergen e gli altri, troppo diva Meryl Streep, per interpretare queste parti. In realtà, Il grande freddo appare proprio come la riproduzione di un film americano anni 70; ed è questo, forse, che più del tema intriga e commuove: il ritrovarsi di fronte a una scansione narrativa e verbale sempre meno usata e lo scoprirla, oggi, bloccata nella sua successione da un'impossibilità ormai cronica a svilupparsi secondo i tracciati istintivamente noti. I personaggi si parlano, ma il racconto non procede. I pochissimi “fatti” sono stanchi strascichi di quindici anni prima. Non esiste racconto; esiste solo la storia trascorsa. Il grande freddo, in sostanza, è la cronaca breve di un “dopo”;. non solo dopo la contestazione, ma anche dopo la morte di Alex, ultimo tassello di una reale progressione storica. Anche se non c'è dubbio che si tratti di un'operazione alla moda (ma cosa esce oggi da Hollywood che non sia alla moda?), anche se la sua analisi è a tratti superficiale e la sua verbosità a tratti fastidiosa (ma non si tratta di una generazione che si è parlata troppo addosso?), Il grande freddo quantomeno ha il pregio di rompere il silenzio spiegandone l'origine: non c'e niente da raccontare perché è successo tutto; c'è solo un mondo freddo, dove gli strumenti della riproduzione consentono a chiunque il massimo onanismo autobiografico, ma impediscono la narrazione. Nick presto imitato dagli altri, incide semiserio pezzetti della propria storia con il videoregistratore, in una specie di teatrino da camera da comporre in rigorosa solitudine. La televisione, individuale o collettiva, domina, e omologa i vecchi film all'interno del proprio schermo ridotto. Non è più tempo per il cinema, se non nei soprassalti squarciati che riportano un'incosciente, .emotiva adesione al passato: qualche passaggio di rugby in giardino, tra un tempo e l'altro di una vera partita trasmessa per televisione; figure di ballo mentre si sparecchia, sul cambio della colonna musicale. Sono solo momenti, nei quali si può procedere per ellissi, momenti di comunicazione intensa, di improvvisazione nata sulla immediata sintonia di lunghezze d'onda, dove il registro verbale si libera della ridondanza esplicativa di marca televisiva e riesce davvero a procedere per rapide, ironiche metafore. Il glorioso “non detto” del cinema americano è lì, pronto a essere utilizzato con brillante concisione, quando sia possibile sostituire al ricordo cronachistico l'esistenza nel presente, seppur labile, frustrata e cinica.

Ecco perciò che strutturalmente Il grande freddo si compone di una serie di contraddizioni, a volte tanto stridenti da essere probabilmente volute, altre volte implicite nell'oggi e quindi inevitabili. La contraddizione tra l'elegante forza sintetica delle immagini e della loro composizione e la relativa pedanteria di certi scambi verbali, dei resoconti esistenziali individuali; e ancora, tra questi momenti “televisivi” e un altro livello verbale, quello acutissimo, che incide e corrode, racconta in una battuta una storia e balza fuori a tratti con la velocità istintiva e smozzicata della screwball comedy («Capisco che è arduo per te, ma è tutto perfetto», «Sì, organizziamo gran funerali qui», «Sì, forse farò qui anche il mio», «Privilegiamo quelli che vengono a suicidarsi in uno dei nostri bagni»). Nick, l'unico personaggio che trasporta un côté mitico da cinema del passato (e in sottordine Sarah), rispetto agli altri parla pochissimo, senza uscire mai dalla dimensione caustica. È proprio lui, tra l'altro, a ricordare, durante un insistito scambio di impressioni sul “come eravamo” e “come siamo”, quello che avrebbe detto l'eroe vecchio stampo, Alex. «Io so che direbbe Alex», «Cosa?», «Che cosa c'è per dolce?», dice con un sorriso rassegnato per l'impossibile successione. È tutto un contrasto tra alti e bassi, anche nel senso della qualità cinematografica, che, pur essendo costantemente elegante e corretta, alterna la ricchezza narrativa e suggestiva delle singole sequenze a un mesto procedere per quadri che spesso le accosta le une alle altre senza, all'apparenza, nessuno sforzo in senso progressivo. Notte, giorno, notte, giorno, notte e, infine, la mattina della partenza. Un po' vita vera, un po' vita da telefilm, costellata da squarci di cinema. Ma questa stanchezza che ritorna, questa accumulazione per blocchi separati è (tanto per rimanere nei paragoni accreditati) anche di John Sayles e di Moretti. Scavando in Bianca, però, ci si accorge che racconta una storia: ancora, quella accaduta prima del film.

Dal silenzio e dal freddo, attraverso gli stenti delle prime ricognizioni, forse qualcuno riuscirà prima o poi a raccontarla davvero.

Come eravamo - Non è un caso che la prima mezz'ora sia del tutto esente dalle pause che caratterizzano il resto del film. Il diffondersi della notizia e le partenze (sui titoli), la cerimonia funebre, il funerale vero e proprio e il rinfresco successivo, fino alla rapidissima sequenza dell'apertura delle valige, compongono un pezzo di cinema esemplare per ritmo, essenzialità descrittiva e capacità evocativa. In mezz'ora, con uno spreco minimo di parole, attraverso l'intersecazione rapida di piani, volti, oggetti, movimenti musicali, sappiamo tutto dei personaggi: passato, vita attuale, caratteristiche emotive e comportamentali, delusioni e aspettative. A parte l'efficacia del secco colpo di montaggio attraverso il quale scopriamo la natura dell'evento di partenza (quei polsini che abbassandosi sui polsi ricuciti interrompono bruscamente il vago sapore erotico della vestizione del personaggio senza volto), a parte la nettezza con cui ogni personaggio è identificato fin dalla primissima muta apparizione nel suo status attuale (identificazione che sarà confermata dalla straordinaria successione degli oggetti estratti dalle valige), la cerimonia funebre ci consegna, con gli invisibili contrasti e con i suoi arrivi scaglionati, tutto il senso di un'intesa emotiva tanto forte da attraversare gli anni, nella delusione, e tanto istintiva da ristabilirsi immediata attraverso un'occhiata o una frase inconsueta.

Non è un caso, ho detto; perché questa straordinaria prima parte ha ancora a che fare con il passato, è la fine della storia accaduta prima del film, la chiusa in nero di un film della Hollywood anni 70, con l'eroe suicida e gli amici che si abbandonano ad amari scherzi verbali sulla sua tomba. Il vero protagonista del film, il morto Alex, è ancora bene o male una presenza concreta; volendo, è ancora visibile e tangibile; con la semplice incombenza della sua morte consente ancora la cinematograficità fluida del passato. Qui gli elementi di forza del film possono emergere in tutta la loro evidenza, non contrastati dalla faticosa ricognizione della memoria: sceneggiatura eccellente e di ferro, perfettamente in grado di sostituire immagini a parole, dialogo corrosivo, alta qualità della composizione dell'inquadratura, montaggio esemplare (secco, tagliato, non c'è un errore di entrata o di uscita di inquadratura), attori di prim'ordine. Appunto, le famose facce del cinema americano; dietro l'apparente naturalezza e l'immediato, inconscio richiamo allo stereotipo esiste una tecnica di controllo della mimica e dei gesti tutt'altro che istintiva. In più di una scena di gruppo viene veramente da chiedersi che sapore avrebbe avuto se gli otto fossero stati attori nostrani; cosa sarebbe accaduto del perduto Nick (impotente, drogato, spacciatore, disilluso) in mano, che so, a Vittorio Mezzogiorno; altro che cinismo rassegnato e caustico!

Quindi, ancora una volta, si parla di ineccepibile professionismo hollywoodiano, senza con questo cancellare l'apporto autoriale di Kasdan. Anche se la qualità dello sceneggiatore predomina ancora su quella del regista, Kasdan non ha certo firmato un semplice, ben fatto prodotto medio; le stesse discontinuità del film, i suoi momenti faticosi, rivelano uno sforzo analitico e compositivo estraneo alla pura “confezione”. Il “prodotto Grande freddo” ha in realtà (come i suoi autori e i suoi spettatori) un difetto generazionale: per gli amanti del cinema hollywoodiano classico si propone troppo dichiaratamente in quanto “opera”, mentre utilizza troppa patinatura hollywoodiana (troppa bella gente e troppe soluzioni facili) per quanti constatano da anni l'allineamento generalizzato dei cineasti statunitensi su standard produttivi sicuri.

Ma non dimentichiamo che anche sul finire degli anni 60 corsero sospetti simili. Si torna, perciò, all'inizio: Il grande freddo è riproduzione della riproduzione. Anche se si richiama esplicitamente al cinema americano classico (non solo i vecchi film offerti di notte dalla televisione, ma anche l'ovvia assonanza del titolo – The Big Chill/The Big Heat – e la battuta di Michael: «Tornerò al mio romanzo. Scriverò di questi giorni», «Di cosa stavi scrivendo prima?», «Dei giorni perduti»), in realtà è una filiazione diretta della Hollywood rivisitata: la disperazione del film noir filtrata attraverso l'apparente distrazione e l'acido corrosivo della commedia e appannata dalla nostalgia di un cinema non più possibile. C'è un film dimenticato degli anni 70 che fin dal titolo si segnala come punto intermedio tra The Big Heat e The Big Chill: The Big Fix (Moses Wine detective, in italiano) di Jeremy Paul Kagan. Qui Richard Dreyfuss, ex contestatore, faceva di mestiere l'investigatore privato. A storia finita, è uno dei rarissimi esempi di analisi retrospettiva che siano usciti dagli Stati Uniti. E un film molto bello e accorato e, almeno in un punto, commovente. È tinto, più di Il grande freddo, di un senso di solitaria mancanza, di vuoto mai più colmabile, di spiazzamento irresolubile. Lì Richard Dreyfuss cercava tracce del passato visionando materiali di repertorio delle manifestazioni studentesche. William Hurt, oggi, può solo consegnare a una telecamera casalinga l'immagine immobile di se stesso che racconta il “dopo-storia”. La vita e la sua riproduzione si chiudono in un cerchio definito. Tutto quadra; tanto più che, presumibilmente, il nastro monologante di Nick sarà presto cancellato. Quanto a Nick persona, già predestinato, ha senza dubbio scelto i bei funerali che casa Cooper offre a chi si suicida nei suoi bagni.

Per tutti questi e altri motivi, Il grande freddo mi ha istintivamente riportato alla memoria qualcosa che non c'entra niente con il suo tema e la sua messa in scena. È la filastrocca di Ten Little Indians (E poi non rimase nessuno) di Agatha Christie, l'unico giallo nella storia della narrativa poliziesca in cui, uno alla volta, muoiono tutti i personaggi.