Trent'anni senza Bukowski

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Il 9 marzo di trent'anni esatti fa ci lasciava Charles Bukowski. Delle sue opere (romanzi, racconti, poesie), si conosce un po' tutto. Non è necessario aver lavorato controvoglia per anni alle poste, o aver passato una buona metà della propria esistenza aggrappati al bancone di un bar come il suo alter ego Henry Chinaski, per apprezzarne la scrittura: il talento di Bukowski riesce a renderci i suoi personaggi, se non simpatici, un po' nostri fratelli, con tutte le loro esistenze alla deriva. Il cinema, fra documentari e trasposizioni, si è interessato variamente alla sua opera: Storie di ordinaria follia di Marco Ferreri, Barfly di Barbet Schroeder (sceneggiato dallo stesso Bukowski), Crazy Love di Dominique Deruddere (il preferito dallo scrittore), Factotum di Bent Hamer. Di quest'ultimo, riproponiamo la recensione di Alberto Morsiani, pubblicata su «Cineforum» n. 454, maggio 2006. Da rileggersi, magari, scolando un bicchiere di bourbon alla memoria di Hank Chinaski.

 

«Cineforum» n. 454, maggio 2006

 

Scheda Factotum di Bent Hamer

Per diventare uno scrittore

 

Alberto Morsiani

 

Henry Chinaski lavora alle consegne per una fabbrica di ghiaccio, ma un giorno entra in un bar a bere, il ghiaccio si scioglie e lui viene licenziato. Prova allora come guidatore di taxi, ma di nuovo perde il lavoro perché trovato ubriaco. È la volta, allora, di una fabbrica di sottaceti, ma anche qui dura poco. Nel frattempo, oltre a bere e a fumare, Hank prova a farsi pubblicare le cose che scrive: ha una corrispondenza, ad esempio, con la rivista «Black Sparrow». Incontra una sbandata, Jan, e inizia con lei una convivenza fatta anche, oltre che di sesso, di bevute e litigate. Trova un lavoro in un negozio di biciclette, ma esce spesso con un collega per giocare alle corse di cavalli, altra sua grande passione. Le cose vanno bene, tanto che cominciano a tenere le puntate dei colleghi. Ma l’improvviso benessere porta la fine del rapporto con Jan che, dice, lo preferisce «povero e umile». Naturalmente, dal lavoro viene licenziato perché non fa niente. Conosce in un bar un’altra donna, Laura, con la quale frequenta un tipo maturo e ricco, Pierre, che la mantiene e che possiede uno yacht su cui gozzovigliano. Si separa anche da Laura e va a trovare i genitori, ma il padre lo caccia di casa. Trova l’ennesimo impiego in una fabbrica di scarpe, e cerca e trova Jan che fa la cameriera in un hotel. Dopo il puntuale licenziamento, cerca inutilmente lavoro come reporter in un giornale, ma al massimo gli fanno fare le pulizie in redazione. Naturalmente, invece di lavorare va al bar e viene immediatamente licenziato. Jan si convince a mollarlo una volta per tutte, ma Hank, alla fine, riceve la notizia che «Black Sparrow» ha deciso di pubblicare un suo racconto.

L’operaio Hank Chinaski prende il camioncino e si avvia lemme lemme per le consegne del ghiaccio ai vari locali cittadini, ma invece entra in un bar e si mette a bere un boccale di birra chiara. Nel frattempo, il ghiaccio naturalmente si scioglie, e lui viene licenziato al rientro in ditta. È il primo licenziamento di una lunga serie. L’incipit laconico, freeze del film mostra il grado zero di temperatura vitale a cui sembra essersi sistemato, con un certo comfort, il protagonista: lavora per ditte e magazzini di cui non gli frega assolutamente niente solo per potersi permettere quello che davvero gli interessa: bere, scommettere alle corse dei cavalli, rimorchiare donne strapazzate e senza radici come lui, e, sopra ogni altra cosa, scrivere racconti e poesie che nessuno sembra voler pubblicare. Del resto, Hank è il primo a voler mollare il lavoro che ha trovato quando si rende conto che esso può danneggiare la sua vita sessuale e che «si scopava meglio da disoccupato». Proprio per la incapacità del protagonista (interpretato da un perfetto Matt Dillon, con la giusta dose di stolidità, buon senso e umorismo) di rimanere occupato a lungo, il film di Bent Hamer contiene più verità sul mondo del lavoro come esso è realmente che non centinaia di illusionistici film americani mainstream messi assieme, con i loro mestieri fighettoni e i gadgets lussuosi: qui si vedono, ad esempio, gli interni inediti di una fabbrica di sottaceti, o di una di componenti per biciclette, o di scarpe.

Il romanzo autobiografico di Charles Bukowski Factotum (1975) fu il primo, quattro anni dopo l’edizione americana, ad essere tradotto e pubblicato in Italia, per SugarCo: il mito dello scrittore/beone maudit stava sbocciando proprio in quegli anni. Quella di Hank Chinaski è una odissea con tratti grotteschi che racconta di una emarginazione molto moderna; la registrazione neutra e spietata di una vita di alcolismo, lavori miserabili ed effimeri, sesso degradato. Il film del norvegese Bent Hamer si mantiene fedele al mood del romanzo, al suo stile semplice, crudo, disinibito: sembra procedere quasi per inevitabili automatismi, per scenette e vignette attraversate sovente da un sense of humour che scaturisce direttamente dal sentimento dell’assurdità e della precarietà dell’esistenza. Un umorismo sottotono, sardonico e lievemente surreale, che mancava, ad esempio, ai film precedenti a noi noti tratti o ispirati dallo scrittore tedesco emigrato a due anni negli Stati Uniti e cresciuto a Los Angeles. Significativamente, solo registi europei si sono cimentati finora con l’opera di Bukowski: è del resto cosa risaputa che lo scrittore è più noto e apprezzato in Europa che non negli Stati Uniti. Sia Barfly (1987) di Barbet Schroeder che Storie di ordinaria follia (1981) di Marco Ferreri (non conosciamo purtroppo Crazy Love, diretto nel 1987 come opera d’esordio dal belga Dominique Deruddere, mai uscito in Italia e circondato da una discreta fama) difettavano infatti, singolarmente, della virtù dell’ironia, preferendo sprofondare nella poetica un po’ tetra e a tratti quasi tragica del maledettismo e della marginalità dell’artista solitario. Ci voleva un norvegese proveniente dal “Grande Freddo”, forse, per infondere la necessaria coolness e levità a una materia ormai consunta dall’uso e abuso.

Bent Hamer è stato l’autore di due notevoli film virati sul surreale quotidiano, Eggs e Kitchen Stories; ma per la riuscita di Factotum citeremmo anche i meriti del suo cosceneggiatore e coproduttore Jim Stark, che ha lungamente lavorato con Jim Jarmusch (e si vede). Il pessimismo innato dello scrittore («È possibile amare un essere umano soltanto se non lo si conosce bene») viene alquanto temperato dal film, che sembra a tratti prendersi quasi gioco del suo personaggio principale. L’universo sballato e “fuori sincrono” di Hank Chinaski, nel film, è fatto di automobili scassate le cui luci si accendono e si spengono a intermittenza a causa di un ammortizzatore guasto, di orari calcolati in base al ritardo delle lancette, di fabbriche demenziali di sottaceti o di scarpe, di bevute e scopate che si sovrappongono continuamente e quasi si confondono l’una con l’altra, di creme urticanti apposte sulle parti intime, di incendi che divampano all’improvviso nelle case, di brevi lavori e altrettanto rapidi licenziamenti, di giocate ai cavalli, di risse, di agganci di donne scombinate, di incontri strani e fortuiti con una fauna umana bizzarra se non addirittura folle (ma, ha lasciato scritto lo stesso Bukowski, «qualcuno non diventa mai pazzo. Che vita orribile deve vivere!»). Ne esce, alla fine, il ritratto divertente e per nulla opprimente del ventre molle della vita americana e dei suoi abitanti più o meno parassiti. Laddove Kitchen Stories creava la sua magia ironica soprattutto attraverso i silenzi pieni di cose e l’attento lavoro della macchina da presa, Factotum si affida invece ai saggi aforismi che mette in bocca alla classe operaia e al retrogusto delle battute salaci che commentano una esistenza noiosa e apparentemente senza alcuno sbocco.

Iconograficamente, il film ricrea un appropriato universo sospeso che ha qualcosa a che vedere con il realismo magico dei dipinti di Edward Hopper ma anche con certa pittura nordica europea, con i divani e le poltrone consunte di velluto rosso, le abat jour che gettano luci fioche sugli interni squallidi, i tappeti sporchi, i sordidi bar, le camere d’albergo, i motel sfatti, la gente in perenne attesa non si sa di cosa esattamente. Un universo logorato dall’uso, ma attraversato ugualmente dalla lama di una sottile poesia: dell’inquietudine e della speranza, magari. C’è sempre, del resto, da qualche parte, un amico strampalato e ricco che possiede uno yacht sul quale, per qualche ora, si può bere e mangiare e ballare e copulare a piacimento e soprattutto a sbafo, tirandosi fuori per un attimo dalla melma. E c’è sempre qualche puttana più o meno santa disposta a consolarti e a condividere le ore con te, per un po’. L’ozio di Chinaski si estende anche all’orario di lavoro, anzi soprattutto a quello, e assume un sapore di sfida esistenziale, di resistenza passiva alla durezza ontologica e alla stolidità oggettuale di “ciò che è”. Il vivere alla giornata di Hank possiede uno stoicismo alla Hemingway (la grande passione di Bukowski, del resto), di chi sa che ormai al mondo non c’è più niente di davvero sacro, e che, a volte (parola, ancora, dello scrittore), «non ci rimane niente altro da fare che una pisciata nel lavandino», e che «la cosa più importante è il modo in cui si attraversa il fuoco». Lo squallore urbano dipinto nel film è certamente il contraltare giustamente ironico di uno sbeffeggiato e ormai logoro american dream, ma appare anche come l’acquario ideale, l’unico possibile forse, per un pesciolino che sembra aver realizzato che la poesia della vita risiede soprattutto nei dettagli, negli interstizi, nelle piccole cose. Nel tempo perduto, o risparmiato, più che in quello consumato a lavorare per gli altri. Per il personaggio di Hank vale compiutamente la massima preferita del suo creatore: fare una cosa noiosa con stile, questa è l’essenza dell’arte. Perché Bukowski/Chinaski non è soltanto un vagabondo, è un vagabondo che scrive; non è soltanto un disperato, è un disperato che scrive: la differenza non è da poco. Scrive, e in questo modo descrive e riscatta la disperazione propria e anche quella degli altri che gli sono compagni di strada. E se l’artista (altro aforisma bukowskiano) è quella persona «che dice le cose complicate in un modo semplice» (mentre l’intellettuale, al contrario, è colui «che dice le cose semplici in un modo complicato»), ecco che lui stesso e il proprio alter ego ne diventano la personificazione e la realizzazione più completa.

Hank Chinaski ricorda moltissimo, anche, lo scrivano Bartleby del grande romanzo omonimo di Herman Melville, l’ometto che reagisce alle prepotenze e alle ingiustizie del mondo con la sua celebre frase «Preferirei di no». Bartleby era uno sconfitto della vita, un piccolo impiegato all’Ufficio Lettere Smarrite delle Poste di Washington; anche Charles Bukowski, guarda caso, per campare ha lavorato per quattordici anni alle Poste di Los Angeles (ha scritto anche un altro romanzo autobiografico intitolato appunto PostOffice). Ne è uscito, alla fine, per poter vivere e non solo sopravvivere e per poter scrivere, che poi è la stessa cosa per lui. Il finale del film svela all’improvviso la ferocia e la determinazione con cui il protagonista suo alter ego ha cercato di rendere vero il proprio sogno: non per la fama o per i soldi, ma per il mero gusto di vedersi realizzato dal punto di vista artistico, di esprimere se stesso attraverso la scrittura. Una visione ancora romantica dell’artista che sacrifica tutto per la propria missione, assai desueto e antiquato per i tempi che corrono, quelli del successo facile e dei soldi, e appunto per questo tanto più commovente e sentita. Hank dice alla fine del film: «Se vuoi andare per la tua strada, vacci fino in fondo. Cerca di essere perfetto, è l’unica buona battaglia che ci sia». Ma, con perfetta ironia, il suo inventore, Charles Bukowski, ha anche commentato al riguardo: «Se scrivere mi costasse più caro del prezzo della carta e dei francobolli, dovrei mollare anche questo lavoro!».