Concorso

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher

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Ad rivum eundem, lupus et agnus…”.

Il cinema “acrobatico” di Alice Rohrwacher, cineasta-acrobata dell’immagine e del gesto, deborda dalla misurata precisione delle opere precedenti, debordando, appunto, fuori dalla Storia per entrare nei territori del fiabesco. Un fiabesco dove il lupo convive con l’agnello (“ma l’agnello dormirà ben poco”, come diceva Woody Allen), proprio perché abbandonata ogni tentazione di realismo, la macchina da presa della Rohrwacher può finalmente far coincidere il proprio sguardo con quello della sua fantasia. Una sorta di sovrapposizione di due immagini che però, se non combaciano perfettamente (e a volte non lo fanno), rischiano di generare una sorta di effetto di “sdoppiamento”, come quando si guarda un film in 3D senza gli appositi occhialini.

Ma forse è proprio quello che bisogna fare guardando questo curioso e spiazzante (ma anche, a volte, irritante) Lazzaro felice, per non farsi irretire, da un lato, dalla furia citazionistica che va da Pasolini a Olmi, da Zavattini a Citti, dall’altro, dal considerarlo semplicemente un maldestro tentativo di cinema poetico con tutto il portato deleterio che questa definizione si porta dietro.

Insomma, cosa fa la Rohrwacher? Fa quello che fa, o dovrebbe fare, un regista: il pifferaio magico. Accordando la macchina da presa come uno strumento musicale, incanta lo spettatore trascinandolo con sé in territori che gli sono sconosciuti. Poi ci potranno piacere o meno, ma intanto li stiamo esplorando. Come i protagonisti del film che nel finale trascinano letteralmente con loro e dietro di loro la musica che hanno sentito in una chiesa, così il Lazzaro del film trascina lo spettatore in un’avventura picaresca dove dramma e commedia, cronaca e storia, mythos e logos si intrecciano in un racconto che è contemporaneamente dentro e fuori dal tempo e dallo spazio. Anche se, sia il tempo che lo spazio sono i nostri: quelli dell’altro ieri di un’Italia contadina, ignorante e totalmente succube del potere padronale, e quello di un oggi incarognito e impoverito non solo dal punto di vista economico ma soprattutto etico e morale, forse ancor peggiore di quello precedente.

Il Lazzaro del film (il giovane Adriano Tardiolo), è una sorta di “puro folle” parsifaliano, un idiot savant destinato a morire (per rinascere?) e “salvare” il suo prossimo, se di salvezza possiamo parlare. Certamente poi, nel compiere questo tragitto, perennemente in risonanza tra il realistico e il fantastico, capita di cadere in qualche trappola, di non riuscire ad eludere qualche tic e cliché, di cedere alla tentazione dell’affresco quando si è apppena padroni dell’acquarello, di procedure per bozzetti dove servirebbero dei ritratti. Come diceva il poeta: “… e il tram di mezzanotte se ne va, ma tutto questo Alice non lo sa”.