Ruthy Pribar

Asia

A circa metà film c’è un’inquadratura apparentemente trascurabile, su cui però la macchina indugia: è la protagonista, Asia, sdraiata a letto in una stanza buia, il solo volto illuminato da un fascio di luce. Non è un primo piano che permetta di accedere al suo sguardo fisso nel vuoto, aderendovi; e non è nemmeno un totale che metta in relazione la sua corporeità con la fisicità dell’ambiente circostante - il resto, infatti, è quasi completamente nero. Tutto il film di Ruthy Pribar è giocato su immagini, per così dire, intermedie. Non ci porta, visivamente, a penetrare i personaggi con piani ravvicinati, né pare voler calarli nell’ambiente che essi abitano.

Il film è piuttosto il risultato di un montaggio meccanico che, invisibile, mette in successione inquadrature di volti e corpi, ma in ambienti anonimi (uno skate park), ristretti (le stanze del piccolo appartamento), o freddi e asettici (l’ospedale). Come a dire, tra le righe, che la storia dei due personaggi Asia e Vika riguarda solo loro, lasciando intatti, e in disparte, l’ambiente che li circonda così come le persone che ne occupano le vicinanze.

Il tempo del film segue dinamiche parallele, talmente indefinito da risultare astratto; un flusso, una parabola che pare a un certo punto cadere a picco, ma di cui non riusciamo realmente a quantificare l’estensione. Sensazione, questa, che è frutto di quella stessa rappresentazione che non tocca altro se non i personaggi, lasciando l’ambiente integro, invariato come fosse dipinto, quindi statico e definitivo; una rappresentazione che trasporta le due protagoniste lungo la storia, agenti nel proprio microcosmo, le fa vivere ed evolvere, senza però toccare altro, facendo emergere l’idea di un mondo esterno impassibile di fronte agli eventi umani, la concezione della storia individuale come un aspetto che, da fuori, appare insignificante, quasi indegno di menzione.

Eppure il film fa tutt’altro, elevando il racconto all’alto della tragedia, dando voce e importanza a ciò che è piccolo, o raro, o particolare. E lo fa, per assurdo, narrando la storia del sentimento più universale, multidimensionale e polivalente che esista. L’amore. Che si declina, qui, nel prendersi cura tipicamente materno, atteggiamento che Asia esterna non solo nei confronti della figlia, ma nella quotidianità della propria professione di infermiera. Un prendersi cura che per lei significa, al contempo, sacrificarsi trascurando il proprio benessere, concedendosi solamente qualche serata fuori a bere o a imboscarsi segretamente con un uomo sposato.

Ma è innanzitutto - e sempre più, con lo scorrere delle scene - nella relazione tra madre e figlia che il film si dipana. È l’indagine di un rapporto, peculiare quanto imperfetto, fatto di contrasti e differenze più che di assensi e somiglianze. È l’analisi della prospettiva materna, proiezione di un amore incondizionato, prova di un legame indissolubile e di forza incomparabile. Il rapporto tra Asia e Vika, di pari passo con il peggioramento della malattia di quest’ultima, sembra compiere un circolo perfetto, con continui rimandi ai loro primissimi ricordi - la tenerezza della figlia appena nata, le preoccupazioni del neo genitore, la cura e le dimostrazioni di un affetto specifico e singolare di cui la canzone amorevolmente cantata dalla madre è emblema e culmine.

Il film è un’altalena di serietà e sorrisi, gioie e drammi, ma calibrata - quasi a livellare questi estremi a una normalità quotidiana - da una tacita accettazione della realtà, un adeguamento a quel “tutto il resto” che non si cura del particolare, limitandosi, semplicemente, a ospitarlo.


 

Asia
Israele, 2020, 85'
Titolo originale:
Asia
Regia:
Ruthy Pribar
Sceneggiatura:
Ruthy Pribar
Fotografia:
Daniella Nowitz
Montaggio:
Neta Dvorkis
Musica:
Karni Postel
Cast:
Alena Yiv, Shira Haas, Tamir Mula, Gera Sandler
Produzione:
Gum Films
Distribuzione:
Mio Cinema

Asia, immigrata russa a Gerusalemme, è una madre single. Per lei la maternità è sempre stata una lotta più che un istinto ovvio. Il suo lavoro da infermiera la tiene molto occupata e la sua giovane età la spinge ad avere ancora una vita privata movimentata e fuori dai canoni tradizionali. Vika, riservata e spigolosa, è nel fiore dell’adolescenza, passa le sue giornate aggirandosi nello skatepark con i suoi amici ed è alle prese con i primi amori e con la scoperta della sessualità. Asia e Vika vivono sotto lo stesso tetto, le loro esistenze si incrociano quotidianamente, interagendo però a malapena.  La loro routine viene sconvolta quando la malattia degenerativa di cui Vika soffre si aggrava improvvisamente.




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