Kristoffer Borgli

Sick of Myself

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Si chiama sindrome di Münchausen (o disturbo fittizio autoimposto) la condizione psicopatologica per cui le persone simulano malattie di cui in realtà non soffrono. A volte, arrivano persino ad autoprovocarsele perché hanno un bisogno disperato bisogno di attenzione, proprio come coloro che, colpiti dal cosiddetto disturbo istrionico della personalità, cercano pervasivamente l’approvazione e il sostegno altrui. O come chi è vittima del disturbo narcisistico di personalità ed è provvisto di un ego apparentemente ipertrofico ma in realtà così fragile da essere continuamente dipendente dal giudizio degli altri.

Al di là della brutale semplificazione da baedeker, le tre patologie elencate qui sopra permettono di costruire un quadro clinico in miniatura di Signe (Kristine Kujath Thorp, straordinaria), la protagonista di Sick of Myself. Il titolo internazionale, però, opera uno slittamento semantico un po’ puritano rispetto all’originale «Syk pike» («Ragazza malata»), che riprende quello di un quadro di Christian Krohg.

Disperatamente bisognosa di essere al centro della scena, cronicamente insicura e bugiarda patologica, Signe lavora come banconista in una pasticceria ma è gelosa della visibilità e della risonanza (anche mediatiche) che sta riscuotendo il fidanzato Thomas (Erik Sæther), uno scultore le cui opere sono modellate partendo dalla mobilia che ha precedentemente rubato. Sentendosi trascurata sia da Thomas che dagli amici comuni, la ragazza vorrebbe elaborare una strategia per piazzarsi in prima persona sotto i riflettori, anche perché nessuno sembra riservarle grande importanza quando soccorre una donna morsa da un cane. E visto che, nella sua ottica, alla vittima è attribuito un maggior riconoscimento che all’eroe, dapprima cerca vanamente di farsi a sua volta mordere da un animale e poi, sempre senza esito, simula una reazione immunitaria dovuta a un’allergia alle noci di cui però non soffre. La soluzione si presenta quando, navigando in internet, scopre che l’assunzione dell’ansiolitico russo Lidexol provoca una grave malattia della pelle. Ottenuto il farmaco proibito grazie all’amico spacciatore Stian (Steinar Klouman Hallert), comincia quindi a ingerirlo regolarmente e, ben presto, compaiono i sintomi del morbo dermatologico: prima il prurito e poi eczemi, macchie, desquamazione, lesioni, ulcere che la sfigurano orrendamente (straordinario il lavoro prostetico della specialista Izzi Galindo) ma le donano anche l’attenzione, la considerazione e l’interesse che ha lungamente bramato. A costo, però, di pagare un prezzo salatissimo.

I motivi di maggior interesse del film di Borgli (anche sceneggiatore) sono sostanzialmente due. Il primo è che si guarda il film con un crescente senso di afflizione, come se lo spettatore si facesse compartecipe del malessere di Signe e l’accompagnasse lungo la sua discesa negli abissi; come se gli fosse impedita una distanza cautelare ma venisse chiamato a un’adesione quasi fisica a una materia così problematica, forse inquietante, certamente vischiosa. In altre parole, vedere Sick of Myself significa provare il medesimo senso di disagio dei suoi protagonisti, solamente in parte alleviato dall’unico baricentro morale presente in scena, ovvero la giornalista Marte (Fanny Vaager), rappresentante di un ordine all’interno del caos di fantasie, manipolazioni, autolesionismi e devianze in cui si precipita. Quello raccontato dal regista, in fondo, sembra già un mondo postumano perché fondato su un nuovo modello di competitività (la ricerca spasmodica di una certificazione d’importanza) che annulla ogni forma di empatia.

Il secondo motivo, invece, è forse più complesso. Perché, per quanto forse esposta senza finezze e con un sovrappiù di enfasi dimostrativa, la parabola di Signe che, da personalità succube e forse remissiva, si trasforma in un’implacabile macchina di autodistruzione mostra come ogni tentativo di modellare la propria identità a misura dell’altro finisca, inevitabilmente, per comportare un annullamento del Sé. In altre parole, Signe desidera compiacere così tanto gli altri da perdere definitivamente se stessa. La sua mutazione, non indegna della grande tradizione del body horror, s’iscrive in un circuito che è totalmente estraneo all’iperrealismo urbano paradocumentario (tipico, per giunta, di certo cinema d’autore scandinavo contemporaneo: vedi Joachim Trier) che il film sembra inizialmente corteggiare, con la sua rappresentazione iperluminosa di una Oslo moderna e quasi asettica, con le sue ampie vetrate e le gallerie d’arte, i suoi spazi aperti e la distribuzione cartesiana di edifici e oggetti. Si entra invece in un territorio nuovo, che ha quasi la forza inspiegabile del mito proprio perché lentamente Signe scardina ogni forma-base di rapporto civile e di convivenza. Ed è proprio qui, non nella trita rappresentazione di una società affetta da un bisogno esibizionistico di ammirazione (di «essere guardati») o nell’irrisolta riflessione sull’Arte come letterale sottrazione di realtà (Thomas è un ladro prima che un artista), che il film compie il salto di qualità. Forse in maniera talvolta un po’ greve, ma senza piagnistei e senza la paura di essere sgradevole, urticante, non conciliante.


 

 

Sick of Myself
Norvegia, 2022, 97'
Titolo originale:
id.
Regia:
Kristoffer Borgli
Sceneggiatura:
Kristoffer Borgli
Fotografia:
Benjamin Loeb
Montaggio:
Kristoffer Borgli
Musica:
Turns
Cast:
Kristine Kujath Thorp, Eirik Sæther, Fanny Vaager, Sarah Francesca Brænne, Fredrik Stenberg Ditlev-Simonsen, Steinar Klouman Hallert, Ingrid Vollan
Produzione:
Oslo Pictures, Garage Film International, Film i Väst
Distribuzione:
Wanted

Signe e Thomas sono una coppia vivono una relazione malsana e competitiva. Per rispondere al successo di Thomas come artista contemporaneo, Signe inizia ad assumere un farmaco pericoloso per ottenere l'attenzione che desidera...

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