Esiste un cinema altro o Altro? Non credo. (E lasciamo stare Jacques Lacan.)  A meno che non si voglia credere che quando un regista si appresta a girare un film, egli ripeta tra sé e sé questa formula simile a un mantra: farò un film altro (e/o farò un film Altro). Va da sé, mi piace pensare che non esistano tali megalomani sulla faccia della terra. 

Dunque: cinema da Festival? Cinema Altro? Per quanto mi riguarda ci sono “film”. E registi, filmmaker, cineasti che li realizzano, che perseguono un'idea, oppure giocano coi soldatini e con una sceneggiatura nel bunker di uno studio. Partiamo da qua. Dalla lotta tra l'idea e la forma, che deve essere concretizzata su una striscia di pellicola, o processata da un algoritmo e fissata su una memoria rigida (ecco, l'unico altro che mi viene in mente è questo: cosa diventa un film una volta trasferito digitalmente? un DCP. Dunque non vedo più un film, una striscia di pellicola, ma vedo un DCP – e dovremmo abituarci a dire: vado al cinema e/o vado al Museo del Cinema o in Cineteca a vedere un DCP. Questa è la vera mutazione su cui vale la pena riflettere). 

Un film è un atto di creazione. Sono poi i  critici, gli studiosi, i cinefili, i selezionatori a classificare, suddividere, ghettizzare, scegliere. E' il nostro sguardo che informa, manipola, piega ciò che vediamo, lo rifiuta, lo esalta. Da qui il proliferare di categorizzazioni: documentario, film narrativo (noir, melodramma, fantascienza, “autore”, commedia, commedia brillante, agrodolce, tragicommedia, film civile, film necessario, peplum, horror, film di denuncia), docu/fiction, film moderno, sperimentale, underground, indipendente, astratto, serie B, serie Z, stracult, altro, Altro, fino al delirio postmoderno dove si giunge all'ipergenere con il film che i generi li frulla tutti quanti.

Questo atto puramente catastale e decisionale si ripete nei Festival d'Arte Cinematografica, dove un film in concorso non deve quasi mai superare le tre ore, ma non può neppure durare 20 minuti: ci sono sezioni per corto-medio-lungometraggi, una vera idiozia, come se in una Biennale d'arte si escludesse un'installazione perché troppo monumentale e/o troppo piccola. Vale la pena ricordarlo, al cinema c'è una durata standard, che si è imposta, ed è stata decisa da produttori, esercenti (spesso chi produce detiene anche le sale). Questo status quo vige dagli anni '10.

Comprendo la necessità di contestualizzare, sistematizzare, insomma, far tornare i conti, soprattutto quelli dei salumieri e dei bottegai, ma, visto che si è parlato di antico e moderno, non suona antichissimo tutto questo? C'è chi ha salutato come “coraggioso” il fatto che oggi, anno 2013, due “documentari” (?) fossero in concorso a Venezia. Devo ancora riprendermi. 

Detour veneziano (Antichi e Moderni)

La disputa tra Antichi e Moderni, non me ne vorrà Bruno Fornara, mi sembrava vertesse su questo: quando si trattava di porre lo sguardo sull'Antichità, i primi volevano che gli artisti “imitassero” Omero. I secondi che fossero, come lui, originali. Ecco, visto che Fornara nel suo testo (cfr  La querelle? Roba vecchia) riconduceva la Querelle ai film passati quest'anno a Venezia, devo dire che personalmente non ho visto film originali, solo imitazioni (imitazioni di film “classici” e imitazioni di film “moderni” se dobbiamo seguire le categorie elencate). Quei pochi originali stavano fuori concorso (a parte Errol Morris), messi in quarantena (perché troppo lunghi).

Comprendo anche quanto sia complesso essere ad ogni costo originali: il rischio che si corre è quello di non essere compresi (o selezionati dai festival), o di essere magari riscoperti post mortem (inserite i nomi qui, quelli che vi vengono in mente). So anche che il termine originale è terribilmente complesso e che qui ne sto dando un'interpretazione piuttosto ridotta e banale. Così come so anche che le “arti liberali” e originali (magari libere dal mercato) finiscono con l'avere ugualmente i loro “vincoli” (vedi la critica di Jacques Derrida alla Critica del giudizio di Kant, §43). 

Passeur 

Insomma, “Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”, diceva Mao. Vorrei credergli. Mi viene in mente un termine caro a Serge Daney:  passeur. Ecco, il passeur sarebbe colui che indica un sentiero o un percorso, va in perlustrazione, setaccia zone poco battute, selvagge: punti bianchi sulla carta geografica, direbbe Conrad. Ecco: il cinema, per Daney, era un paese in più sulla carta geografica. Un paese che andava esplorato. Oggi, di passeur ne conosco pochi. E non perché il territorio sia già stato battuto.

Il passeur è colui che ti dice: sono andato là e mi sono imbattuto in questo, e potrebbe piacerti. Ne scrive e lo segnala (on line o su una rivista, su un giornale), oppure, se ne ha la possibilità, lo mostra in un festival. Non sono tanti, dicevo, e non bazzicano lidi o coste azzurre (magari lavorano in minuscoli e oscuri festival sconosciuti ai più, oppure – i più simpatici – delirano in rete: non fanno parte di nessuna parrocchia, nessuna struttura “ufficiale”, sottolinea Daney).  

L'unico che conosco è un vecchio signore ormai defunto. Si chiamava Manny Farber (nella foto). Leggere l'antologia dei suoi testi sul cinema mi fa scoprire o mi fa vedere con occhi nuovi ciò che già credevo di conoscere. Manny Farber – come Daney, anzi di più – aveva capito molte cose. Non si trova una casa editrice che voglia tradurlo in Italia.