Concorso

The Neon Demon di Nicolas W. Refn

Ed eccone un altro che ha deciso di fare cinema “contro il cinema” (e lo fa pure bene). Che se ne frega delle regole della buona creanza, della drammaturgia e della psicologia, del cinematograficamente corretto, del rigore richiesto all’autore o per lo meno di un po’ di pudore, dei confini che dovrebbero dividere la nobile arte (narrativa) del grande schermo dal videoclip o dalla videoarte, dallo spot cool o dall’installazione concettuale.
Iper-moderno, elettrico, visionario, kitsch, solenne, Nicolas Winding Refn è un turbo-esteta che ha messo la postmodernità in soffitta insieme a tutte le altre chincaglierie a cui siamo affezionati e che vive già in un’altra era, ancora senza nome, in cui tutti, volenti o nolenti, dovremo entrare.
Con The Neon Demon ha quasi definitivamente mollato gli ormeggi. Ancora un passo e saremo in quel mondo ultra-cinematografico (astratto, informe, labirintico) a cui sono già approdati altri autori contemporanei per vie molto diverse e con intenzioni per certi veri contrapposte (dall’ultimo Lynch al penultimo Malick passando per Apichatpong Weerasethakul).

Una ragazza arriva a Los Angeles per fare carriera con la sua bellezza. Siamo nel mondo della moda, tra ragazze in lotta perenne contro le colleghe e contro il tempo che passa (a 21 anni sei già vecchia). Stavolta, però, il problema non sta negli ostacoli che l’eroina deve affrontare, nella fatica del successo, ma nella sua demonica facilità. Jesse non è semplicemente bella: lei è la Bellezza nella sua forma più pura, innocente, immediata. Illumina. Innamora. È una forza sovrannaturale che bisogna saper governare, altrimenti rischia di divorarti. Anche perché oggi la bellezza è un’ossessione, una forma di potere, ma anche un diabolico surrogato di eternità, un gioco di superfici levigate e sfavillanti che vorrebbe ripagarci della “profondità” perduta.

Non per niente Refn sceglie un linguaggio ultra-stilizzato ed estremamente controllato, una messinscena folgorante e gelida, funebre, che prima esalta la purezza viva e luminosa della ragazza sognante per poi capovolgerla nella celebrazione di una diabolica divinità di cui tutti si vogliono nutrire, per provare ad attingere a quella bellezza originaria persa per sempre.

Trovate un altro regista che abbia la potenza esibita, ad esempio, da Refn nella prima parte del film, tra un’allucinata festa in discoteca che fa sobbalzare il cuore e lo stomaco (si direbbe una messa nera) e uno shooting fotografico sospeso nel nulla di una luce bianca che cancella spazio e tempo, quando Jesse deve spogliarsi e si ritrova ricoperta d’oro, un’iniziazione tremendamente efficace nella sua iconica semplicità.
Eppure, allo stesso tempo, il regista danese riesce a rifilarci anche un cospicuo campionario di sublime paccottiglia, di gore fashion ai limiti del ridicolo, di personaggi di cui non si capisce il perché (e neppure vogliamo capirlo), di “orrore senza orrore” che ricorda il “genere degenerato” fuori tempo massimo, di estetismi su estetismi che a volte sembrano pura esibizione di potenza.

Ma nessuno, anche l’hater più incallito, può rimanere indifferente di fronte alla misteriosa trasformazione di Elle Fanning, che da persona-personaggio tenero e ingenuo, con la sua bellezza inconsapevole, diventa la personificazione di una forza sovrannaturale, che non ha bisogno di essere detta o spiegata, perché la vediamo e la sentiamo e ci lascia senza parole. Nessuno può negare il fascino di quelle immagini abbaglianti, create da un regista che per ottenere la resa voluta in termini di consistenza dei corpi e della pelle ha usato dei vecchi obiettivi anamorfici ideati da Joe Dunton (ci ha messo due mesi a trovarli) opportunamente modificati.

Dieci minuti del miglior Refn valgono gran parte del cinema che ci capita di vedere di questi tempi. Magari a tratti può anche irritare, ma non ci si libera facilmente delle sue visioni, suggestioni, apparizioni.