Concorso

Parasite di Bong Joon-ho

Noi. Anzi no, loro. Noi e loro. Ma noi siamo loro? E loro chi sono? Per essere loro, però, noi dobbiamo vivere negli stessi luoghi. E come loro. Da giù a su. E poi da su a giù. E via così, senza interruzione (ma con evidenti soluzioni di continuità), fino all’illusione di una vita migliore, fino al sogno.

I poveracci vogliono essere ricchi, i ricchi non perdono il vizio di essere ricchi, i poveri sono in guerra coi poveri. Eppure mi pare che Parasite, che lavora in superficie sul luogo comune della lotta di classe, guardi invece altrove: cioè all’impossibile condivisione dell’identità. E lo fa insistendo proprio sulla spazialità di mondi geograficamente distanti e psicologicamente antitetici, da una parte lo scantinato di una famiglia di miserabili, dall’altra la villa con giardino di due coniugi con figli.

È qui, su questi due palcoscenici, che va in scena non uno scontro di generi o di conti in banca, non una battaglia dei sessi, bensì un conflitto per l’appartenenza. Appartenere a un Paese, a un credo, a un sentimento: Parasite mischia le carte sociali di Snowpiercer e ne osserva il disastro. Il risultato è un sistema collassato, che riduce in frantumi la direzione scopica di Anatomia di un rapimento (ricchezza e povertà, agio e invidia, su e giù, giù e su) e racconta l’inadeguatezza contemporanea a una comunanza - d’intenti, di ambizioni, di principi.

La rovina è transgenerazionale e “transistorica”, e va in profondità; scavando nelle radici di una cultura e di una geografia tragicamente divisa in due (la Corea del Sud e del Nord), Parasite sembra voler abdicare perfino alle origini, tanto che l’ossessione del secondogenito della famiglia benestante per gli indiani, frecce di gomma tirate in casa e tenda piantata sull’erba di fuori, è una specie di capriccio informe. Le origini, per Bong Joon-ho, quali fedi anagrafiche e ideologie sensate, sono probabilmente da ricercare negli affetti, ma quelli naturali, senza colori o ranghi, senza implicazioni, l’abbraccio di un padre e di un figlio, il desiderio di un figlio di non deludere il padre, la necessità di un padre di essere salvato dal figlio. Ma è - appunto - una finzione.

La realtà è un’altra. La realtà è una minuscola finestra a livello strada, da cui osservare qualunque ubriaco che urina contro un palo, o una vetrata enorme sul giardino: di qua, dietro le quinte, dietro questi due schermi sul mondo, la meschinità dei parassiti, quelli che bramano per sé i vestiti dell’imperatore e quelli che sentono nel naso la puzza della gente che frequenta la metropolitana, è un mostro eterno.