Concorso

Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin

Una città, le sue luci, le sue ombre, un commissario di polizia, un omicidio. Un polar. Roubaix, une lumière è un polar. E basta. Un film di genere puro attraverso il quale Arnaud Desplechin rimette in gioco tutto il suo cinema. Magistralmente. 

Desplechin, che ha sempre giocato con i generi mescolando e stratificando elementi e toni, questa volta compie l’operazione inversa. Non usa melodramma e slapstick, tragedia e commedia burlesque – come faceva per esempio in Re e regine – per intrecciare i mille volti e le mille storie dei suoi personaggi, ma – al contrario – porta le mille possibilità di una stessa storia all’interno di un unico ambiente estetico ed emotivo, di un unico registro, quello del poliziesco.

Così riprende la sua riflessione sul rapporto tra finzione e realtà, tra affabulazione e verità invertendone la traiettoria ma mantenendone la necessità relazionale. Se tante volte infatti ha raccontato come attraverso l’immaginazione si possa arrivare all’amplificazione del quotidiano, alla messa in forma del suo lato romanzesco, qui è partendo dalla brutalità del reale, attraverso la scomposizione, il racconto e il re-enactement, che Desplechin conduce il commissario Daoud e la sua squadra – e lo spettatore con loro – fino alla verità.  Non dunque il fremere della vita dentro la finzione (come in Les fantômes d’Ismaël) ma il fremere della finzione dentro la vita, e dentro la morte. Dentro al reale appunto.

Sì perché la materia da cui parte Desplechin è proprio la realtà, quella più dura e cruda, quella della cronaca nera.  Lo esplicita il prologo stesso del film: ogni riferimento a fatti realmente accaduti è strettamente voluto. Nulla è inventato, nulla è immaginato, tutto è reale. Un fait diver da prima pagina della cronaca locale: un’anziana signora assassinata dalle due vicine di casa, una coppia di drop out seguita dai servizi sociali, in un quartiere ultra popolare della città di Roubaix, dipartimento del Nord, un passato da ricca città industriale e un presente di decadenza e miseria dilagante. 

La realtà diventa dunque racconto e l’ossessione per l’aderenza ad essa diventa, hitchcockianamente, puro espediente cinematografico. Cosa è davvero successo? Chi è l’assassino? Solo attraverso l’indagine, la scomposizione, la frammentazione, e, infine, la ricostruzione si può giungere alla verità e la ricostruzione avviene, naturalmente, attraverso il racconto e le sue possibilità. La scena si scompone così nelle stanze degli interrogatori, dove la ricostruzione, o meglio le ricostruzioni, avanzano parallelamente traghettate dalle modalità diverse dei poliziotti, Daoud (un Rochdy Zem monumentale) da una parte, l'ispettore Corelle (Antoine Reinartz) dall'altra: ognuno con il suo modo, il suo credo, il suo vissuto, la sua funzione. 

Ma c’è un regista, un occhio vigile sopra ogni cosa che stabilisce i tempi e i modi della scomposizione per arrivare poi alla ricomposizione ed è è l’occhio  del commissatio Daoud sempre pacato, sempre attento, tormentato ma mai raccontato, vede, ascolta, indaga e infine ricompone il reale attraverso la sua stessa messa in scena; è questo il principio dell’indagine poliziesca, è questo il principio del cinema.