Rapina a mano armata (The Killing, 1956)

Tempo e spazio, l’essenza del cinema. Passato. Presente. Futuro. Architetture. Geometrie. Luci. Tempo e spazio futuribili, allegorici, metaforici, psicologici, l’essenza del cinema di Kubrick. Fin dall’inizio. Anche quando, a ventotto anni, decide di girare un noir portando sullo schermo un romanzo caratterizzato da un gioco narrativo a incastri, che gli consente scorribande temporali (e di conseguenza spaziali) perfette per creare uno dei suoi labirinti. Anche quando la storia è realistica, gli ambienti pure, le coordinate del genere pronte per essere prese e usate, sornionamente sfidate. Anche quando non sembra esserci spazio e tempo per essere un autore, anche quando si è fin troppo giovani per esserlo. Invece.

Ci sono luci dappertutto in Rapina a mano armata, luci a contrastare le ombre, a scolpire lo spazio; e poi sbarre, ovunque, continuamente, reticolati, pareti che ingabbiano i personaggi significandolo, lo spazio. E maschere. Non solo quella del celeberrimo clown/Sterling Hayden con il mitra imbracciato, ma tutte quelle appiccicate sulla faccia degli attori dalla loro mimica archetipica: sguardi, ghigni, grugni che incidono lo spazio e il tempo del racconto trasportandoli da un piano meramente narrativo a uno superiore psicologico se non addirittura cosmogonico. Tempo e spazio che annunciano il loro paradigmatico cortocircuitarsi intorno a uomini in fondo inermi di fronte all’ineluttabilità dell’uno e dell’altro. Tanto poi, alla fine, “What’s the difference?”.