Alien - La Clonazione di Jean Pierre Jeunet

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Questa sera Rai4 procede con la messa in onda della saga di Alien. Alle 21:00 appuntamento con il quarto film: Alien – La clonazione, del 1997 e firmato dal regista francese Jean Pierre Jeunet. Fabrizio Liberti ne scriveva su Cineforum 372 e noi abbiamo recuperato alcuni passaggi.


Alien, Aliens, Alien3: singolare, plurale andamento esponenziale. Già nei titoli dei precedenti capitoli della saga di Alien e Ripley, si percepisce l'orientamento di un orrore inesorabilmente crescente. E non sfugge a questo ineluttabile svolgimento neppure Alien Resurrection, film di transizione che già in sé accoglie i prodromi di un quinto episodio. Ma si tratta di un orrore diverso da quello che emanavano i predecessori, e questo per due motivi: il primo legato al procedimento della clonazione che nel mondo reale, quello della scienza, ha raggiunto dei traguardi che solo pochi anni fa non venivano neppure presi in considerazione, con tutti gli interrogativi bioetici che da essi derivano; il secondo legato ad un percorso di ibridazione, di meticciato e quindi di confronto, che la cultura aliena e la nostra paiono aver decisamente imboccato in quest'ultimo episodio della saga. Ma procediamo con ordine.

Dal momento in cui si diffuse la notizia (vera o falsa che sia poco importa) dell'esistenza di Dolly, la pecora clonata in un oscuro laboratorio scozzese, la nostra vita, le prospettive dell'umanità, che lo vogliate o no, non sono state più le stesse. L'idea della duplicazione corporea, che la letteratura e il cinema di science fiction hanno veicolato per lungo tempo, ora è una realtà concreta e nulla vieta a persone senza scrupoli di produrre in serie cloni umani. Il sottile e profondo orrore di Alien Resurrection (o, se preferite, la traduzione italiana di Alien. La clonazione) sta proprio nel suo non trovarsi davanti alla realtà, ma, nella migliore delle ipotesi, solo accanto ad essa. Ellen Ripley, ovvero il clone numero 8, è un essere simile all'originale e diverso al tempo stesso, e ciò che genera angoscia è che anche nella realtà, accanto a noi, potrebbe esistere un numero 8. Già il numero è esso stesso simbolo di una spersonalizzazione [...]. Il numero 8 Ripley [...] ha memoria del suo passato, una "memoria radicata", e escludendo alcuni trascurabili buchi, esso sa esattamente chi è, da dove viene e possiede l'esatta percezione, quasi profetica, di ciò che sta per accadergli intorno. La nuova Ripley è costretta a dover affrontare ciò che in Alien3 le era talmente intollerabile tanto da preferire il suicidio, ovvero partorire l'alieno che cresceva dentro di lei per i loschi scopi della Compagnia. Ma questa nuova creatura è estremamente più forte e volitiva di quella che ne ha costituito lo stampo genetico; possiede una straordinaria forza fisica, un cinismo ancora più esasperato e il suo sangue non è più completamente umano e a dispetto di un tranquillizzante colore rosso esso è in grado di perforare anche i metalli. [...]

Ad ogni buon conto Ripley è il prodotto di una mutazione, non è più umana ma non è ancora aliena, così come l'essere che lei combatte. Dopo l'esperimento di clonazione anche la Regina aliena non è più la stessa; infatti dopo il primo regolare ciclo di ovulazione, essa partorisce un figlio, quel Newborn che le si rivolterà contro, riconoscendo come suo il sangue umano di Ripley che scorre nelle sue vene [...]. Giunti ad Alien Resurrection le cose non sono più così monoliticamente definite. Durante i quattro episodi si è verificata una mutazione incontrovertibile del rapporto umano/alieno. Non solo da un punto di vista biologico, ma anche culturale. Se in Alien esisteva un conflitto tra due mondi contrapposti, ora le carte si sono mescolate e l'uno ha molte più informazioni dell'altro e viceversa, ed inoltre esiste un innegabile rapporto di parentela... Ripley e la Regina aliena si trovano a dover mettere in scena il "rovescio del gioco" sino ad allora interpretato. Sono entrambe madri e l'una ha sperimentato l'ospitalità dell'altra: Ripley come gestante, mentre la Regina aliena accoglie Ripley come una figlia accoglie una madre, e la culla tra le spire del suo corpo verso la fine del film […]. E qui troviamo l'altro orrore cui accennavo poc'anzi, quello che nasce dall'incontro con l'altro. E inevitabile riconoscere nell'incontro/scontro tra umani e alieni ciò che avviene ogni giorno sul nostro pianeta, all'interno di quel mondo riccamente variegato che è la razza umana e che prende forma nelle molteplici contrapposizioni etniche, politiche e religiose. Alien Resurrection, progetto ibrido, meticcio esso stesso - un regista francese che gestisce un set americano e che per comunicare ha bisogno di due interpreti - ha avuto a disposizione un'occasione irripetibile per fornirci attraverso una storia di science fiction, una diversa chiave di lettura dell'interpretazione dell'incontro con l'altro […]. E in ciò il film si perde, fallisce il tentativo di stabilire un'ermeneutica comparatistica, ovvero di interpretare l'incontro con l'altro, perché non rinuncia a sacrificare gli stereotipi strutturali che avevano caratterizzato gli altri film: la minaccia, la caccia, la fuga. Jeunet rinuncia, se non in rari momenti, a mettere in scena l'ambiguità di due creature le cui differenze si vanno via via annullando e a fare veramente un film "altro" e unico nella serie. [...]

il film di Jeunet mette comunque in campo una serie di atout positivi. Bernardo Bertolucci descrisse Jeunet come «il principe dell'oscurità» e anche stavolta egli non tradisce una delle sue qualità migliori e cioè quella di conferire ai suoi set un'atmosfera dark da medioevo prossimo venturo, che si mescola perfettamente a un décor che sembra arrugginire inesorabilmente, e non è un caso che il direttore della fotografia sia Darius Khondji, collaboratore abituale anche di Bertolucci. [...] Il tutto nel pieno rispetto della tradizione della saga; ciò che invece deraglia da uno stile tradizionale è la comparsa dell'ironia. I personaggi, Ripley in prima fila, non si prendono sul serio più di tanto. Qua e là tra i dialoghi, affiorano perle d'ironia sconosciute ai film precedenti. [...]

Jeunet inoltre recupera un certo orrore figurativo che in Alien aveva una notevole importanza. Mi riferisco in particolare alle forme "organiche" dell'astronave aliena. Gli interni e gli esterni e i resti mummificati del pilota dell'astronave erano il frutto del talento visionario di H.R. Giger, che aveva messo in scena un orrore biomeccanico senza precedenti nel cinema di sf. Jeunet si intrufola ancora in quel tipo di visionarietà quando Ripley si imbatte nei sette cloni incompleti che l'avevano preceduta. E una scena tragica, profondamente toccante, quella della donna posta di fronte al suo "passato" recente fatto di creature che neppure la più agghiacciante fantasia deformante di Francis Bacon avrebbe mai potuto partorire. Un orrore devastante che solo la razza umana poteva concepire e che Ripley può solo distruggere con il fuoco.

[...]

Lentamente ma inesorabilmente, attraverso le visioni di Scott, Cameron, Fincher e Jeunet, la saga dal pianeta Acheron è giunta finalmente sulla Terra, pronta a concedersi ad un quinto episodi o, nella speranza di scoprire finalmente cosa ci rende umani, ovvero l'arduo quesito che solleva la visione di Alien Resurrection e che rimane senza risposta.