Bob Rafelson, sogni infranti

focus top image

Pochi registi come Bob Rafelson – morto a 89 anni lo scorso 23 luglio – a fronte di una filmografia così esigua hanno goduto di un prestigio così alto. Undici lunghi in tutto, dieci per il cinema, uno per la tv e una serie, The Monkees, ideata per la NBC a metà anni Sessanta. Da vent’anni si era ritirato a vita privata, già all’epoca un reduce del passato, e più precisamente reduce di quella New Hollywood di cui era stato uno dei protagonisti con soli due film da regista – e che film, Cinque pezzi facili (1970) e Il re dei giardini di Marvin (1972) – e un paio d’altri da produttore con la Raybert Productions – e anche in questo caso, che film: Easy Rider (1969) e L’ultimo spettacolo (1971).

Più che un grande regista, forse Rafelson è stato un uomo di cinema che in una stagione di Hollywood particolarmente indulgente verso le menti creative ed eccessive come la sua ha saputo cogliere l’aria dei tempi e metterla nei suoi lavori. Con il suo gruppo di amici e colleghi – il partner della Raybert Bert Schneider, il terzo socio Stephen Blauner, grazie al quale la società divenne la BBS Productions, naturalmente Jack Nicholson, col quale realizzò sei film – Rafelson ha prima interpretato la vitalità, l’edonismo, il cazzeggio della cultura californiana di metà anni Sessanta (lui che era di Manhattan, ma fin da giovane aveva girato l’America facendo di tutto, anche il musicista jazz), con un film carico di ingenuità hippie come Sogni perduti (1968), e prima ancora con The Monkees, serie che seguiva le vicissitudini di una band musicale in stile Beatles costruita a tavolino pieno ma idolatrata per davvero dal pubblico, e poi ha colto la dissoluzione del mito americano, del suo immaginario (Easy Rider), della sua idea di famiglia (Cinque pezzi facili), della sua fede nel capitalismo (Il re dei giardini di Marvin).

Coi due film da regista dei primi Settanta, uno centrato sulla dissoluzione di una stirpe di geni precoci, l’altro sullo scontro fra due fratelli diversi in tutto (Nicholson e Bruce Dern, giganteschi), Rafelson rendeva esplicito ciò che solo quindici anni prima i melodrammi di Sirk e Minnelli camuffano dietro le forme del cinema classico, cogliendo le crepe di una società che cominciava a sgretolarsi ma ancora pensava di reggersi in piedi. A inizio anni Settanta, invece, tutto era già crollato: i pozzi di petrolio raffigurati come simboli fallici in Come le foglie al vento, in Cinque pezzi facili erano un cantiere dove lavorare duro e sudare, nulla più; mentre la Atlantic City in pieno inverno di Il re dei giardini di Marvin non era altro che l’immagine di un fallimento collettivo, sia familiare sia nazionale. Rafelson è forse l’unico regista di quella stagione che ha raccontato gli spazi inurbati americani alla maniera di scrittori come Nabokov e Updike, oltre il mito, fuori da una cornice immaginaria e dentro lo squallore di interni bui e desolati, con un realismo anti-spettacolare e rassegnato.

La sua parabola rapida e dolorosa nel resto degli anni Settanta – dopo Marvin, il suo capolavoro, venne un film quasi comico, un altro cazzeggio abbastanza inspiegabile (e chissà, magari da rivalutare), Il gigante della strada (1976), satira sul body building e l’ossessione del corpo, e poi la cacciata dal set di Brubaker (1978) dopo poche settimane di lavoro – rende per certi versi ancora più unica la stagione della New Hollywood, folgorante e inimitabile quasi più nei film dei “minori” che in quelli dei maestri che hanno saputo costruirsi un proprio percorso. Rafelson ha cavalcato il suo tempo, lo ha esaltato, ne è stato travolto in modi nemmeno così clamorosi (niente in confronto a Cimino o Coppola, per dire) e già a fine decennio era tagliato fuori più o meno da tutto.

Il resto della sua filmografia conta ancora due film di un certo livello, Il postino suona sempre due volte (1981), ripresa del romanzo di Cain dopo il film di Tay Garnett del 1946, reso indimenticabile dalla carica erotica, violentissima e disperata, della relazione fra Nicholson e Jessica Lange, e La vedova nera (1987), un Woman’s Film nel contesto ormai mutato degli anni 80, cupissimo e audace, con due attrici, Debra Winger e Theresa Russel, rivali e speculari, e poi semplice e ordinaria amministrazione, secondo una parabola comune a molti registi che dieci o venti anni prima erano stati grandi (Bogdanovich, Reisz, Schatzberg, anche Friedkin dopo un capolavoro come Vivere e morire a Los Angeles). Alzi la mano chi ricorda bene, e non solo per affetto, Le montagne della luna (1990), che pure un tempo su Rete 4 passava ancora e non era nemmeno così male tra i film d’avventura coloniale; il disastroso La gatta e la volpe (1992), fallimentare tentativo di Cecchi Gori di produrre film negli Stati Uniti; Blood & Wine (1996), l’ultimo film con Nicholson, un noir patinato e crepuscolare come l'epoca chiedeva, non troppo diverso dal successivo No Good Deed - Inganni svelati (2002).

In mezzo a questa produzione alimentare da mercato dell'home video, i lavori televisivi Marlowe - Omicidio a Poodle Springs, con un piacevole James Caan, anche lui scomparso da poco, e anche l'oggi introvabile Armed Response (1995), episodio diretto per la serie antologica di Showtime Picture Windows. Sarebbe bello, vedendo per la prima volta questo piccolo film di Rafelson diventato una chicca, ritrovarvi per un attimo lo spirito dei suoi due capolavori, che forse erano tali perché coglievano un senso di fine e di morte in un'epoca irripetibile di cui cantavano la bellezza nel momento stesso in cui ne mostravano lo squallore. Forse non è un caso che, in mezzo a quelle macerie, solo i grandissimi ne siano usciti vivi.