Prosegue l'omaggio a Jacques Tati

Le vacanze di Mr Hulot

Approfittando dell'omaggio a Jacques Tati e dell'uscita di Le vacanze di Monsieur Hulot, abbiamo trovato negli archivi di «Cineforum» un lungo articolo di Camillo Bassotto. Ne proponiamo alcuni stralci.

(«Cineforum», n. 15, pp. 497-512)

Donde deriva l’impressione di novità e l’insolito fascino che ci dà Le vacanze di Monsieur Hulot? Dallo stile inconfondibile che informa tutta l’opera e la distingue da qualsiasi altra consimile. Un film in cui il soggetto, pure essendo spoglio di ogni elaborazione, si trasforma in opera validissima in virtù delle risorse creatrici della regia. Tati non usa tecniche speciali, non esperimenta forme di avanguardia nel suo modo di narrare cinematografico; egli si affida tutto al realismo introspettivo del gesto e alla descrizione delle situazioni e dei contrasti; egli stabilisce con lo spettatore un rapporto diretto e di intesa e di simpatia per il modo con cui osserva la realtà e la comunica.

Tati non ha usato o trasformato in sequenze cinematografiche alcuni sketch che lo resero famoso nei music hall parigini e di mezza Europa degli anni Trenta. I fatti, ma specialmente il modo di captarli, è nuovo originale e personalissimo. Infatti la sua è una comicità di osservazione, di situazioni, di burla, nasce principalmente dal contrasto fondamentale tra l’incompetenza e la pretensione. Nasce dalla scoperta, a volte amara e ingenerosa, di quei segni e atteggiamenti umani e di quel sottofondo di piccoli innocenti complessi, che stanno a mezza strada tra la debolezza e la virtù, tra la mania e la vanità, tra l’essere e il sembrare, e che deformati con sagacia e garbo si trasformano in caricatura burlesca, in ilare immagine, in saporosa comicità.

Com’egli ottiene, dunque, codesti effetti? I mezzi espressivi cui egli ricorre non sono eccezionali. Si direbbe anzi che non esiste un vero e proprio stile di Tati; esiste semmai un modo di raccontare del tutto personale. I segni ed i simboli di questo suo racconto possono determinare, ad una attenta lettura, alcune osservazioni non solo sul mezzo espressivo, ma finanche sulla qualità comica del film e, quel che più conta, sulla osservazione della realtà.

Prendiamo in esame, ad esempio, alcuni punti. Hulot arriva a bordo di una scassatissima automobile vecchio tipo. Prima, quando era il postino di Giorno di festa, era la bicicletta a fare da leit motiv. Motorizzandosi Tati non ha soltanto voluto offrire un ulteriore sviluppo alla sua indagine, ma piuttosto colpire un aspetto assai caratteristico del nostro tempo: la velocità, il piacere soddisfatto di chi può correre a più di cento all’ora sulle rettilinee autostrade. Tati ha voluto proprio dimostrare che l’umanità inutilmente si affanna, inutilmente corre: tanto deve arrivare lo stesso, alla meta. E perciò, con quella filosofia che nasce dalle semplici osservazioni della vita, indugia a dimostrare proprio codesto suo modo di vedere il progresso e la tecnica. Rimanendo legato ancora alla vecchia automobile delle comiche di Ridolini, non solo Tati si sente vicino più al tempo delle two reels per predilizione connaturata, ma si sente anche in netta polemica con il suo tempo. Così come dimostrerà, ancor più ferocemente se vogliamo, nel successivo film, Mio zio, e, ove viene accentuata al massimo questa sua polemica con il mondo moderno e con il mito della tecnica.

Dal motivo conduttore dell’automobile – dunque – non nasce soltanto una serie di gag, ma tutta una serie di riflessioni e di contrapposizioni da porre in ridicolo. E qui nasce la forza comica. La quale viene dall’atteggiamento del personaggio, che non parla mai, che per giustificare quasi il mutismo, ha sempre in bocca la pipa e che si avvale più di tutto della tipizzazione degli altri personaggi. Prima di tutti di lui, interprete principale. Noi lo vediamo a scatti, rigido e impettito, imperturbabile (e in questo c’è qualche ricordo del grande Buster Keaton) anche di fronte ai guai più grossi. Così, per esempio, verso il finale scoppiettante e convulso – quello dei fuochi d’artificio – lo vediamo appena con un cerotto sul naso, come se tutto quel trambusto non lo avesse scarfito che in minima parte, non lo avesse nemmeno toccato, giacchè le cose e gli avvenimenti non lo possono toccare, non possono smuoverlo dal suo olimpico atteggiamento di uomo cresciuto troppo in fretta, più in altezza che in cervello, ma con tanta e tanta semplicità di animo.

[…]

Hulot è diventato un simbolo, un personaggio del nostro tempo. Non è Charlot, ma a questi assomiglia. E Tati, che è estremamente intelligente, sa di non poter competere con il grande Chaplin. I suoi tre film, dunque, ed in modo speciale Le vacanze di Monsieur Hulot hanno però nel loro fondo un grande senso dello spettacolo cinematografico: divertono e fanno ridere. Perchè? Perchè il suo autore sembra divertirsi lui più degli altri, perchè Tati ha trasformato se stesso in Hulot. E soprattutto perchè nel mondo di oggi, che ha disimparato di ridere, i suoi film hanno quella semplicità, quella eterna fanciullezza dell’uomo libero da ogni complesso, dell’uomo che ama la natura, la bellezza, e i suoi simili.

A forza di vedere e di intendere sempre le stesse cose, noi finiamo per non riconoscerle più; l’abitudine ci rende ciechi e sordi. Tati opera mirabilmente con l’intento di restituirci la verginità e la freschezza del primo sguardo. Così noi spettatori, ammalati di banalità e di vuoto, riscopriamo con stupore nuovo le cose, i luoghi e le persone più familiari e comuni. Dopo avere visto Le vacanze abbiamo l’impressione che il film si prolunghi nella nostra vita quotidiana, riportandoci davanti agli occhi tutta quella minuta umanità che è in noi e fuori di noi, ma che avevamo perduto la gioia e il gusto di conoscere e di guardare.

Tati è un artista, egli non fotografa la realtà esteriore, ma ci aiuta a ritrovare la dimensione interiore del suo personaggio. Egli ci insegna a decifrare quell’universo umano che l’abitudine, la noia, talora la meschinità e la solitudine del nostro vivere, ci hanno tolto od oscurato. Veramente Tati con il suo animo di poeta ha il dono della fanciullezza di far fiorire tutto ciò che tocca. «Egli», come dice Théodore Louis «è il mito allo stato puro; egli contrappone l’istinto profondo, il bisogno di evasione, il gusto del meraviglioso a un mondo atrocemente disumanizzato. Hulot è l’irruzione della vita elementare nella spessa corteccia dei pregiudizi sociali… Hulot, è una creazione felice che partecipa del fanciullo, del sognatore e di certi tipi di folli puri».