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L'ospite di Duccio Chiarini

C’è una sottile vena grottesca che caratterizza i film di Duccio Chiarini in modo sommesso, ma inequivocabile. Un’atmosfera stralunata, sospesa in equilibrio tra elegante ironia e malinconia esistenziale, che identifica immediatamente le sue storie e i suoi personaggi. Che non sono mai volgari né sopra le righe, come per esempio un film quale Short Skin avrebbe potuto facilmente dare adito di pensare, considerati i presupposti prepuziali. Al contrario, sono piccoli frammenti di quotidiano che gettano un fascio di luce su zone intime e delicate del nostro privato, senza un atteggiamento derisorio, bensì di comprensione e di affettuosa empatia.

Con L’ospite, suo secondo lungometraggio di finzione, Chiarini delinea un nuovo profilo di antieroe. Una categoria che nel mondo messo a fuoco dal regista fa rima con normalità. Guido (Daniele Parisi) è fondamentalmente un’anima pura, uno dei tanti quarantenni che non hanno ancora smesso di inseguire il proprio sogno (nello specifico, la pubblicazione di un improbabile saggio critico su Italo Calvino), ma che si è impantanato in una comfort zone all’insegna di una dignitosa mediocrità che gli permette di sopravvivere confidando nell’attesa, ma al contempo gli impedisce di dare un senso o una vera svolta alla sua vita, sia sul piano professionale che sentimentale.

La scossa arriva ex abrupto a inizio film, con un preservativo bucato che paventa una possibile gravidanza non desiderata da parte della sua compagna, Chiara (Silvia D’Amico). È l’occasione per mettere in discussione la coppia, mettere sul piano della bilancia le priorità di ognuno e provare a vedere se c’è dell’altro là fuori che li aspetta. Oppure, al contrario, avere la conferma che quella vissuta finora è proprio ciò che va bene per loro. E allora tornare indietro sui propri passi.

La figura dell’ospite che dà il titolo al film è proprio Guido, il quale, durante la proverbiale “pausa di riflessione” voluta da Chiara, passa dal lettino della sua vecchia stanza a casa degli anziani genitori al divano nel loft dell’amico in carriera. Una condizione transeunte che serve per far acquisire al nostro dimesso protagonista la consapevolezza che anche coloro che all’apparenza ci sembrano chi affermati nel lavoro, chi soddisfatti delle proprie esistenze e chi pienamente appagati a livello sentimentale, in realtà hanno ciascuno i propri problemi. Come tutti.

L’ospite è un coming of age, proprio come lo era Short Skin. Cambia l’età anagrafica e cambiano le priorità dei personaggi, anche se poi, alla fin fine, l’obiettivo ultimo – di chiunque –  è sempre lo stesso. Trovare la quadra per arrivare a poter dire di essere, magari non felici, "ché la felicità è un fatto relativo"; ma almeno sereni e in pace con se stessi. E allora vai a sapere che ciò per cui abbiamo investito così tanto in termini di soddisfazione professionale, in realtà fosse una chimera, effimera e sostanzialmente una perdita di tempo. E vai a sapere che la persona con cui ci immaginavamo fino alla fine dei nostri giorni, in realtà non fosse la nostra anima gemella.

Ecco allora che il grande merito di L’ospite è nella sua capacità di comunicare in modo vero, spontaneo e sincero un sentire comune, una sensazione di lieve malessere che ci appartiene, indistintamente, in quanto esseri umani. Una a tratti impercettibile forma di irrequietezza in cui talvolta è perfino piacevole crogiolarsi. Forse perché non corrisponde ad altro se non a quello stato di immanente indeterminatezza che è alla base del nostro essere qui e ora, e che ci spinge a interrogarci su quale sia il senso del nostro stare al mondo. Un senso che, come cantavano Battisti e Mogol, scopriremo solo vivendo. Anche se adesso ho un po’ paura.