Intervista al direttore Alberto Barbera: Toronto, il Sudamerica, il cinema che cambia

Prestigio e ricerca

Che Mostra sarà?

Non molto diversa da quelle degli ultimi anni, in cui abbiamo cercato di conciliare esigenze e aspettative diverse: film di grandi autori affermati; film per il “grande pubblico” purché abbiano una qualche originalità, un pensiero d'autore; ma soprattutto molta ricerca, molta esplorazione e curiosità, soprattutto per le cinematografie emergenti, per ciò che di solito rimane ai margini della distribuzione.

Quindi più novità che nomi affermati.

Si è chiusa un'epoca, anche se facciamo fatica a rendercene conto. Non ci sono più tutti quegli autori che hanno rappresentato un punto di riferimento negli ultimi decenni e che aspettavamo ad ogni festival. Non ci sono più innanzitutto per motivi generazionali, anagrafici. Bisogna abituarsi all'idea che i cineasti di riferimento saranno altri. E che la rivoluzione digitale, portando nuovi modi di pensare, produrre, realizzare un film, non è passata indenne.

C'è chi ritiene che il Lido abbia perso prestigio e capacità di attrazione. Da anni sta cambiando la geografia dei festival, con Toronto e New York che si accaparrano diverse anteprime mondiali di lusso, e sta cambiando anche il modo di fare marketing cine-industriale. Dove si pone il festival di Venezia in questa nuova "mappa"?

Credo che osservazioni del genere siano frutto di miopia e provincialismo. L'erba del vicino è sempre più verde, ma bisognerebbe leggere anche certi attacchi che Toronto riceve da giornalisti americani a canadesi. E comunque si tratta di realtà molto diverse fra loro. Quello di Toronto, ad esempio, è un festival metropolitano con 300 film, un vero e proprio bazar, con titoli provenienti da Cannes, Venezia e Berlino, più qualche grande produzione, offerti a un pubblico che altrimenti non avrebbe altre occasioni per vederli.

Due anni fa i rapporti erano difficili, perché Toronto ha proposto una politica molto aggressiva, sia nei nostri confronti che con Telluride, cercando di accaparrarsi diverse anteprime mondiali, ma quel tentativo si è rivelato un boomerang ed è stato molto criticato anche in patria. Oggi i rapporti tra noi sono decisamente migliori, c'è solo una sana concorrenza. I 12 titoli della sezione competitiva Platform (che comprende anche tre film che verranno presentati in anteprima al Lido) in realtà sono solo un tentativo di valorizzare alcune opere d'autore che rischierebbero di perdersi in quel programma troppo ampio.

Quello che alcuni commentatori italiani non riescono a capire è che se certi film non sono a Venezia ma a Toronto, i motivi possono essere molti, a partire dalle scelte fatte da noi selezionatori. Il nostro è un lavoro diverso, fatto di ricerca e di scoperta, tanto che Toronto, spesso, inserisce dei titoli dopo che sono stati presentati a Venezia.

Quindi non è vero che la Mostra ha perso smalto.

Semmai è vero il contrario. Basterebbe leggere la stampa specializzata straniera, soprattutto americana, per rendersene conto. Venezia negli ultimi anni ha recuperato prestigio e credibilità.

Ci sono novità dal punto di vista logistico e organizzativo?

L'unica, importante, è quella del “Cinema nel Giardino”, che non è rivolta al pubblico degli accreditati, ma ai curiosi, agli abitanti del Lido e di Venezia, alle persone che magari sono attratte dal glamour ma che negli anni scorsi si trovavano di fronte alla desolazione dei Giardini. Quest'anno invece ci saranno proiezioni aperte a tutti, in una specie di arena all'aperto, con ospiti importanti. L'abbiamo organizzata in fretta, ma alla fine il risultato è molto interessante, grazie anche all'entusiasmo di personaggi come Tornatore, Brachetti, Amelio, Pif... Per non parlare di Vasco Rossi: abbiamo creato anche un evento alla Darsena dedicato al documentario su di lui e i biglietti gratuiti sono andati esauriti nel giro di un'ora e mezza. Anche questa è la Mostra del Cinema.

Tendenze? Cinematografie emergenti?

Ciò che è chiaro ormai da tempo è che, a differenza di quanto è accaduto negli ultimi 10-15 anni, in cui le cose più interessanti, le proposte più innovative, i nuovi modi di raccontare arrivavano dall'Oriente, ora il baricentro si è spostato in Sudamerica. Da lì arrivano le opere più originali e una nuova generazione di cineasti di grande qualità, che utilizzano un linguaggio contemporaneo e raccontano storie radicate nei loro Paesi. Quindi vi invito a seguire in modo particolare i due film brasiliani in Orizzonti, il venezuelano in concorso, gli argentini, i messicani... Poi, ovviamente, non bisogna mai dimenticare la vitalità della scena americana, che continua ad avere una grande capacità di rinnovamento.

Anche la selezione italiana sembra interessante.

Lo è. E ci tengo a sottolineare che si tratta di nove film selezionati, non solo i quattro presenti in Concorso. Nove film diversissimi tra loro, che in comune hanno solo la volontà di andare in controtendenza rispetto a quello che vediamo per lo più nelle sale, soprattutto sul fronte della commedia, spesso mediocre. Qui avremo grandi autori come Bellocchio e Gaudino e registi che sperimentano, rischiano, fanno cose inaspettate, da un'esordiente come Piero Messina, che finalmente ha la possibilità di esprimere il suo talento, a Piero Caviglia, autore di un mockumentary provocatorio, estraneo alla nostra tradizione cinematografica, dai film di Guadagnino, Maresco e Pannone, all'ultima opera di Caligari e al doc di Gianluca e Massimiliano de Serio, che regge il confronto con il cinema di Wang Bing, per la sua capacità di andare in profondità nella realtà.