"A Bigger Splash" di Luca Guadagnino

Senza difesa

Prendendo ispirazione da La piscina, film di Jacques Deray del 1969, Luca Guadagnino si traveste da burattinaio e muove a suo piacimento quattro marionette messe a confronto sul palcoscenico di Pantelleria. Quattro individui e quattro solitudini, incapaci di comunicare tra loro (non solo per problemi concreti come l’afonia della rock star interpretata da Tilda Swinton) ma, tuttavia, costretti a interagire gli uni con gli altri.

Niente di nuovo, anzi, ma il regista italiano aumenta la dimensione simbolica della piscina originaria: l’isola di Pantelleria funge da sfondo, spietato e suggestivo allo stesso tempo, davanti al quale i protagonisti si trovano a scontrarsi/confrontarsi l’uno contro l’altro, e tutti insieme contro l’ambiente circostante.

E, in maniera interessante e contigua a questo paesaggio primordiale, Guadagnino apre il suo lungometraggio con due corpi nudi, intenti a prendere il sole estivo a bordo piscina: un’esplicita metafora del totale disarmo di personaggi che si mostreranno sempre più indifesi con il passare dei minuti, incapaci di combattere un vuoto di sentimenti che si fa direttamente proporzionale all’inospitale ambiente circostante.

Speranze, illusioni, sogni, ricordi, amori attraversano i protagonisti, ma probabilmente l’unica cosa che li accomuna tutti è proprio il senso di inadeguatezza nei confronti di una vita minacciosa e pedante di fronte alla quale non indossano alcuna armatura, di fronte alla quale si sentono nudi, per l’appunto.

Peccato, però, che Guadagnino non adotti tale prospettiva difensiva anche per l’apparato estetico che decide di dare al film: la sua regia si muove in maniera tutt’altro che cauta, cercando continuamente di spiazzare lo spettatore, sorprendendolo con trovate non sempre felici e stordendone, a tratti, la visione. Guadagnino sembra non riuscire a contenersi in un crescendo continuo di movimenti di macchina, montaggio frenetico e sottotrame tematiche di cui non si sentiva il bisogno.

Il film poco alla volta perde il senso della misura e dell’orientamento, provando ad aggrapparsi a sequenze isolate e sconnesse che non restituiscono un senso d’insieme compatto e coerente. E se inizialmente le premesse gettate si rivelano tutto sommato convincenti e calzanti, è proprio quando la tensione raggiunge i picchi più elevati che il progetto si dimostra più debole e insicuro, privo di un equilibrio stabile, fino all'inevitabile scivolone finale.

E allora ecco che forse un titolo più esplicativo non poteva esserci.