Concorso

Mr. Long di Sabu

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Mr. Long avrebbe dovuto, forse ancora più che avrebbe potuto, essere un film muto. Se Sabu avesse spinto la commistione di generi di Mr. Long e la mimica impassibile di Chang Chen verso il limite estremo del silenzio forse avrebbe potuto essere un oggetto più potentemente curioso.

Ci sono tutti gli elementi narrativi del crime movie, ci sono quelli del mélo e pure quelli della commedia che va dallo slapstick al demenziale; c’è un eroe maledetto e solitario, c’è una bellissima dal passato travagliato, c’è un bambino di una dolcezza irresistibile, i cattivi spietati che incombono e pure il coro greco… Non manca nulla, né i combattimenti a coltellate girate tra l’action e la farsa, né i ralenti che annunciano il dramma, né la colonna sonora che prepara l’intesa amorosa. E poi c’è la cucina, grande protagonista del cinema dell’estremo oriente, che qui diventa una specie di lingua universale che, sostituendo la parola, riesce a colmare il vuoto di incomunicabilità che separa Mr. Long (taiwanese a Tokyo) da chi lo circonda. Cucinando con meticolosa cura, pur costretto a improvvisare con gli ingredienti fortuiti che si trova a disposizione, “l’uomo che non ride mai” e che non parla e che non capisce riesce a comunicare con gli altri personaggi attraverso un linguaggio affettivo nel quale, come la linguistica vuole, predominano gli impulsi alogici e che, come la sceneggiatura vuole, crea numerose situazioni comiche e surreali.

Sabu mescola dunque tutti i registri cinematografici e tutti i cliché di genere, dosandoli e gestendoli con misura come gli ingredienti delle pietanze con cui il suo affascinante protagonista riesce a conquistare, senza cercare di farlo, le persone che incontra. Eppure, come a lui mancano i veri sapori taiwanesi per fare il noodle perfetto, a Sabu manca la vera intuizione che dia la sferzata. Non basta neanche l’oggettivamente magnetica presenza di una star come Chang Chen, che arriva a lavorare con Sabu dopo aver conquistato praticamente tutti i maggiori autori asiatici contemporanei da Edwar Yang a Ang Lee passando per Wong Kar-wai, Hou Hsiao-Hsien, Kim Ki-duk, a giustificare realmente la presenza di Mr. Long in concorso alla Berlinale.

Che poi ci sta, come per i giapponesi del film che trovano i piatti simil taiwanesi cucinati da Long talmente prelibati da innamorarsi di lui e della sua muta affezione, che gli spettatori si possano con piacere far trascinare dalla confortevole prevedibilità del film. Ci sta, ma spingere oltre l’elogio paradossale del silenzio di Mr. Long sarebbe stato più divertente: far parlare il corpo, il movimento, la maschera, sostituire completamente la verbalizzazione con il puro gesto, fisico ed emotivo, in uno scenario di genere ­– anzi di generi – poteva essere una sfida interessante. Ma Sabu si ferma prima di ingaggiarla in modo compiuto finendo per fare del suo film una specie di piatto fusion in cui ingredienti e aromi sono amalgamati sì con mestiere ma che si spegne nel suo stesso assaporarsi in mancanza di un vero quid, di una spezia sorprendente che esplodendo sul palato gli dia il vero tocco.