Concorso

Asteroid City di Wes Anderson

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Asteroid City, località sperduta nel deserto americano, con una sola strada che la attraversa, un diner, una base militare, un complesso di case, un osservatorio astronomico e tutt’attorno una gigantesca distesa di terra da vendere e occupare, è un’immagine funerea – per quanto come al solito coloratissima e vintage – della nazione americana e dello stesso cinema di Wes Anderson.

Una sovrapposizione non casuale. Uno spazio insulare, tagliato fuori dal mondo, che nel corso del film viene ulteriormente chiuso da una quarantena, quando agli sparuti abitanti della cittadina (militari, astronomi, viaggiatori di passaggio, amanti della scienza, una scolaresca, un’attrice con la figlia, un padre vedovo con i figli al seguito e la macchina in panne) appaiono nientemeno che gli alieni. Siamo a metà anni ’50, i funghi dei test nucleari decorano lo sfondo come le mese e i crateri e l’avventura spaziale nasconde desideri di fuga e paura del diverso, con i ragazzi che sognano di fuggire nello spazio e gli adulti che restano inchiodati alle responsabilità da cui sfuggono inutilmente.

Asteroid City, la città, non esiste, così come non è mai esistito il mondo di Wes Anderson, nonostante sia forse la creazione cinematografica più identificabile (e commercializzabile) degli ultimi decenni. Un mondo sempre più pieno di cose – nomi di persone, luoghi e città, oggetti, colori, animali, piante, vestiti, musiche, canzoni, libri, giornali: un gigantesco gioco di società, insomma – nel quale il suo creatore ha finito per chiudere gli spettatori (che a poco a poco si stanno assottigliando sempre più, travolti da un mare di informazioni e dialoghi a raffica) e pure sé stesso.

Asteroid City, il film, è in questo senso il film più cupo di Anderson, quasi un’operazione mortuaria, costruito come una scatola cinese da cui è impossibile uscire. Il film si apre con un narratore (Bryan Cranston) da show televisivo anni ’50 in bianco e nero che introduce la storia di un commediografo di fantasia (Edward Norton) che sul palcoscenico di un teatro scrive la commedia inesistente Asteroid City, in cui in un mondo a colori alcune persone si ritrovano un po’ per volontà e un po’ per caso in una cittadina nel deserto attorno a una base militare… Il film è dunque la creazione inesistente di un autore anch’egli inesistente, diretto in scena da un regista (Adrien Brody) costretto a vivere dietro il palcoscenico, in cui a volte gli interpreti escono dal ruolo e dal set per parlare del loro ruolo, in cui il narratore può entrare per sbaglio nel racconto e le scene possono ripetersi e replicarsi su piani paralleli e sfasati.

In The French Dispatch, straziante resa alla sua condizione di non europeo, Anderson faceva dire al giornalista americano Roebuck una frase bellissima: «Forse con un po’ di fortuna troveremo ciò che ci sfugge nei luoghi che un tempo chiamavamo casa». Ecco, Asteroid City è un ritorno a casa, alla terra americana, ma è un ritorno mesto e idealmente impossibile (il film è girato in Spagna), un paradiso da sempre mancato più che perduto, nel quale la prima a sentirsi rinchiusa è la macchina da presa, che più volte gira in circolo su sé stessa per superare la frontalità dell’estetica andersoniana, salvo ripiegarsi e finire in una sorta di loop infinito.

In una serie anch’essa ripetitiva e potenzialmente infinita e unica (finirà mai Anderson di propinarci il suo mondo? E riuscirà qualche altro cineasta a costruire un immaginario altrettanto pieno? E un film come Asteroid City lo si è mai visto prima?) di scene e scenette, nozioni da nerd e invenzioni buffe, luci colorate e soluzioni da cinema classico (la relazione fra i personaggi di Jason Schwartzman e Scarlett Johansson è tutta giocata su campi e controcampi alla Minnelli, in cui il formato largo distanza personaggi sempre più vicini…), Anderson non solo ingolfa il suo cinema oltre la saturazione, ma arriva addirittura a contemplare l’idea di distruggerlo, inserendo in maniera clamorosa la possibilità della quarta parete. Con un controcampo che potrebbe annientare tutto quanto ha fatto fino a ora, rompe egli stesso l’incantesimo frontale del suo mondo di bambole e fa scontrare il colore e il bianco e nero, il set del film e il palcoscenico della finzione, l'attore e lo scrittore.

«The Death of a Narcisist», titolo di una pièce di cui si vede l’insegna verso la fine, è ovviamente la sua stessa morte, anche se in quello stesso momento il personaggio principale del film, il fotografo vedovo interpretato da Schwartzman, ammette di non sbagliare mai un’immagine, di riuscire sempre a catturare quello che gli interessa. E lo dice all’attrice (Margot Robbie) che nella pièce Asteroid City avrebbe dovuto interpretare il ruolo della moglie, se non che la sua parte è stata tagliata e agli atti non resta che una fotografia…

Non un’immagine mancante, dunque, come al termine di About Dry Grasses di Ceylan o negli occhi chiusi dell’attore senza memoria di Cerrar los ojos di Erice, o ancora come nel sognato da Moretti in Il sol dell’avvenire (tutti film visti a Cannes, dove Asteroid City era in concorso), ma un’immagine sopravvissuta. Che forse è la stessa cosa: un attestato di vita che arriva insieme alla morte.

E se, in fondo, questo film di Anderson fosse inaspettatamente una replica a The Master dell’altro Anderson (gli anni e i luoghi sono gli stessi, le paure e i sogni anche) e una premonizione dei passaggi di Oppenheimer sul legame fra arte e scienza, come ha suggerito Alberto Libera? E se questo mondo andersoniano, il solo che il regista sappia concepire, fosse l’unica risposta al mistero dell’universo, ai limiti della scienza, all’insignificanza dell’uomo nell’enormità del tutto? E se alla fine del cinema non ci fosse, ancora e ancora, nient’altro che cinema?