Affinità selettive

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"Beate noi" di Amy Bloom e la riscoperta del musical

Nell’anno di La La Land, del musical che magari trionferà agli Oscar, della memoria patinata di Hollywood trasformata nell’unica forma di immaginario ancora possibile per la cultura americana contemporanea, c’è un romanzo piccolo e gentile, scritto da Amy Bloom e in Italia pubblicato da Fazi Editore, Beate noi (traduzione di Giacomo Cuva), che del musical è anch’esso una versione in qualche modo aggiornata, e che dal musical – e in generale dalla rievocazione del cinema classico – riprende la rappresentazione del sogno come versione deformata ma ideale della realtà.

In Beate noi la musica è ovunque. Ogni capitolo prende il titolo da una canzone dell’epoca in cui è ambientato, un arco di tempo fra il 1939 e il 1949, con le due protagoniste Eva e Iris, sorellastre, amiche e confidenti, la prima maschiaccio, intelligente e un po’ selvaggia, la seconda bellissima, viziata, lesbica e star in erba di Hollywood, che fanno riferimento a canzonette, ritornelli, passi interi di musical e titoli di film con Ginger Rogers come intercalare dei loro discorsi, come mondo simbolico di riferimento (per dire: «Spesso parlavamo di andare a cercar fortuna a Chicago. Chicago, Chicago, that toddlin’ town... I saw a man, he danced with his wife, cantavo scendendo dalla macchina...»). Fra costa ovest e costa est, dal North Carolina a Chicago e poi da Los Angeles a New York, Beate noi attraversa l’iconografia e la storiografia di una nazione: la Hollywood degli Studios, fra festini lesbo e ingerenze di Hedda Hopper nella vita privata delle star; il coast to coast lungo le strade di una nazione ancora immersa nella Depressione; le botteghe di barbiere di Manhattan e le strade di Brooklyn, i sobborghi borghesi, gli immigrati italiani, quelli tedeschi, lo scoppio della guerra, il clima di sospetto, le denunce, le accuse di tradimento, la tragedia che incombe ovunque. Non come traccia di un destino segnato, me come continuo rilancio narrativo per un racconto imprevedibile e un po’ folle che fa eco alla geniale scaltrezza di Eva, la voce narrante.



Amy Bloom filtra la storia degli Stati Uniti attraverso le forme assunte dalla cultura pop (con il cinema, anche la radio, il teatro, Broadway, il jazz, i night club) in un decennio di splendore e di violenza presente ma in qualche modo lontana. Beate noi sta a metà tra la malinconia di Radio Days e il materialismo di Ave, Cesare!: l’approccio modernista della sua autrice vede nel cinema una distorsione elegiaca della realtà, con la cultura visuale e musicale messe sullo stesso piano non solo della cultura classica (rappresentata dal padre delle due protagoniste, un professore universitario che in realtà è un truffatore), ma delle stesse parole e degli stessi pensieri dei personaggi. Il cinema come occasione per innalzarsi dalla concretezza materiale del reale, e non ancora come grimaldello per svelarne l’impalcatura scricchiolante.

Della Hollywood classica, e forse della cultura americana dell’epoca, Amy Bloom celebra a ritroso le spoglie. La cacciata di Iris dalla terra del sogno (perché sorpresa ad amoreggiare con una star non abbastanza coraggiosa per dichiararsi omosessuale) è la cacciata da un sogno possibile solamente attraverso la finzione. Mentre il racconto della strada, più vicino a Paper Moon che a Kerouac, traccia una frontiera da ricreare al contrario, dal mondo nuovo a quello fondato sulle radici del vecchio (non a caso Iris a un certo punto finirà in Inghilterra). Beate noi ha un andamento spezzato e rapsodico, mette a fianco la dolcezza e la morte, il fallimento e la rinascita, l’amore e la guerra. Rppure riesce a conservare la leggerezza nostalgica di una numero di ballo, prima che la guerra cominci a fare vittime per davvero e le canzoni comincino a riempirsi di fantasmi e di persone separate a forza ma convinte un giorno di potersi ritrovare.

Oltre il sogno, dentro il mondo dei suoi personaggi, nelle loro piccole meschinità e nei loro amori sinceri, Beate noi racconta una storia di resilienza distratta, la creatività di un gruppo di donne, dei loro uomini e dei loro bambini, capaci di reinventarsi a ogni passaggio. Il musical come forma di racconto e, soprattutto, come contro-storia possibile sta così nella convinzione di poter passeggiare con leggerezza sulle infinite complessità della vita, abbracciandone il caos ma lasciandolo fuori dalla porta.



In La La Land il colore dei numeri musicali, dei vestiti di Emma Stone, degli interni delle case e dei locali, è un colore netto, contrastato, è luce che si fa spazio nell’oscurità per diventare scenografia. La La Land è Spettacolo di varietà, è Un americano a Parigi. Beate noi, invece, è Brigadoon, dove lo stacco musicale emerge naturalmente dal racconto: non ridefinisce in maniera fantasiosa lo spazio, ma è delicatamente presente nel mondo, come una possibilità.

Anche per la Bloom il patrimonio di immagini, canzoni, ricordi, fotogrammi, immaginazioni legate al cinema americano è, oggi, l’unica forma di storicizzazione possibile per la cultura americana. Prima vengono le canzoni, poi il racconto di un’epoca e la sua idealizzazione; prima c’è la dimensione affettiva, poi la presenza dei personaggi dentro il corso degli eventi. Nel suo romanzo tutto è svagato, in qualche modo superabile. Anche la guerra. La finzione non è nemmeno più un rifugio, è un’opportunità, un modo di farcela. Nel racconto dei bombardamenti alleati sulla Germania, ad esempio, c’è un’atmosfera di paura e calore domestico che ricorda certi film hollywoodiani di propaganda bellica, come La signora Miniver o Da quando te ne andasti. E nei sogni che Eva e Iris si raccontano nelle loro lettere («Nel sogno balliamo il tip tap sulle note di We’re in the Money e siamo fantastiche, davvero fantastiche. […] Siamo una versione kitsch e briosa di Ginger Rogers. La versione bianca e femminile dei Nicholas Brothers, scaltre e sensuali, impavide ed esuberanti. Non cerchiamo di piacere, siamo le dee del Piacere, e beati quelli che sono lì a vederci») è racchiusa la potenza salvifica dell’illusione.

«Su tutto ciò che vediamo» sono le ultime parole del romanzo. In una fotografia d’epoca, con un gruppo di famiglia riunito in esterno, il sole illumina i personaggi  e tutto ciò li circonda. Lo sguardo va dal particolare al generale, le parole scandiscono l’ampliarsi del cono di luce che illumina il mondo, ed Amy Bloom non fa che ricalcare il finale del Grande Gatsby. I campi della repubblica, però, non sono più abbracciati, ma solamente visti. Non c’è niente di tragico, in realtà, niente di perduto. Solo la consapevolezza che anche le parole, anche queste parole delicate e bellissime, nascono da un’immagine e dell’immagine hanno la patina effimera e la dolce ambiguità.