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Affinità selettive

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Liberace, l'uomo a una dimensione

Władziu Valentino Liberace, che oggi non ci dice più nulla ma quattro o cinque decenni fa era una star, era «l’anti-cultura», come scrive John Irving in Preghiera per un amico.

[…] era uno sfrontato gigione, un ruffiano musicale che faceva a pezzi Chopin e Mozart e Debussy e li serviva con contorno di esagerati ghirigori. I brani duravano due-tre minuti. Lui li suonava con le dita tempestate di diamanti. Certe volte suonava un pianoforte trasparente, con il coperchio di cristallo, ed era con orgoglio che accennava a quante centinaia di migliaia di dollari costavano i suoi strumenti. Uno dei suoi anelli di diamanti era a forma di piano; e non suonava mai un pianoforte che non fosse munito di un ornato candelabro.

John Irving, Preghiera per un amico, Bur, Milano 2000, pp. 255-256 (trad. Pier Francesco Paolini)

Dietro i candelabri ne racconta il periodo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, quando il musicista pavone stava invecchiando, ma ancora riempiva i locali di Las Vegas con il suo orripilante repertorio kitsch. Soderbergh, però, non è impietoso. Il suo Liberace è un artista onesto, in cerca della «grande bellezza» e convinto di diffonderla in maniera liofilizzata in una leggerezza che porta a eseguire Mozart come se fosse Matt the Knife (ancora Irving).

Nel sogno luccicante di un mondo di complessità da riprodurre e smussare (vedere per credere questo video in cui si entra nella villa di Liberace: i movimenti sinuosi, la musica poderosa, la finta cappella Sistina all’ingresso, la leziosità dei gesti…), Liberace non solo incarnava l’era del pop, ma soprattutto pacificava l’innata tensione dell’arte facendola a pezzi per darla in pasto a chi avesse la bocca abbastanza grande da inghiottirla.

Nel suo bellissimo Geologia di un padre, Valerio Magrelli parla all’opposto di come la musica di Bach (che Liberace ovviamente eseguiva rallentandolo fino a sdilinquirlo) nascesse dall’eterna rabbia del suo autore.

Ho letto un articolo intitolato: Bach trovava un equilibrio soltanto nella musica. Pare che, nella biografia del compositore, tutto fosse motivo di conflitto, di lamenti, di rabbia, di noia. Altro che buon marito e premuroso padre di famiglia! Altro che serafico artigiano! Troppa collera, nessun autocontrollo. Non lo troviamo mai sorridente o disteso. Ovunque malumore, rigidezza, esasperazione: «Vendicativo e attaccabrighe, soprattutto quando si sentiva interrotto o contrariato nei suoi pensieri, cioè quasi sempre». Solo così si spiega il suo ricorso ossessivo, monomaniacale, all’arte: l’armonia interiore contro la cacofonia del reale.

Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, Torino 2013.

Leggendo queste parole ho pensato che la piattezza espressiva di Soderbergh, il suo digitale luminoso e senza zone d’ombra, fosse il solo modo per rappresentare Liberace e la sua azione di retroguardia all’interno del XX secolo. Perché la luce di Dietro i candelabri, come il pianoforte di Liberace, appiattiscono la tensione tra dentro e fuori che Magrelli individua all’origine dell’arte. Niente più contrasti tra mondo interiore e realtà esteriore, solo un’indistinta patina di lucentezza e splendore, davanti e dietro i candelabri. Davanti, il baluginio a stella anni ’70; dietro pure. Dietro una vita di finzione o di amori appassionati da nascondere anche a se stessi.

Liberace diventa perciò l’uomo a una dimensione, il produttore di spazzatura che intona però una strana forma di innocenza. Per quanto giallognoli, infatti, i suoi baluginii rimandano alla celebre luce verde di Gatsby, mettono a disposizione il sogno di una ricchezza morbida e gentile come le porte di una villa che si aprono per fare entrare gli estranei, nessuno escluso. Spudorato, pacchiano, orribile, Liberace era la democrazia al lavoro, l’arte eseguita senza profondità perché tutti la potessero vedere da qualsiasi posto in platea.