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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Affinità selettive

Affinità selettive

Uno spettacolo di grande bellezza estetica


Dunque Michael Bay è un futurista; dunque Transformers 4, e in generale tutta la saga, una riflessione teorica e politica su Hollywood, cinema oltre il cinema, discorso contemporaneo più di qualsiasi altra forma d'arte. Tutto bene, niente stupore. Il senso è condividisibile, l'entusiasmo un po’ meno, ma i giudizi personali contano fino a un certo punto. L'importante è trovare un terreno di riflessione senza alzate di scudi o prese di posizione a priori, vista la delicatezza della questione critica.

Ad esempio, per quanto mi riguarda la cosa che mi lascia perplesso del discorso su Bay è proprio come, in tempi di commemorazioni per i cento anni dall'inizio della Prima guerra mondiale, pieni come siamo di un disappunto tutto contemporaneo nel ripensare all’entusiasmo di molti intellettuali di allora per il conflitto, si torni a usare una categoria pittorico-figurativa come il futurismo. E non per motivi artistici o tanto meno politici (i futuristi erano in buona compagnia nell’inneggiare alla guerra, e avevano ragioni contestualizzabili), quanto per una questione di stupore e meraviglia.

Un film come Transformers 4, più di qualsiasi altra cosa si veda oggi, è davvero estasi del movimento aggressivo, amor del pericolo, abitudine all'energia e alla temerità; coraggio, audacia, ribellione, insonnia febbrile, passo di corsa, salto mortale, schiaffo e pugno. Ma se questa è la contemporaneità, se questa è una forma di meraviglia ancora contemporanea, allora mi sembra fin troppo nota, deludente forse, la stessa che gli interventisti di cent'anni fa credevano di veder realizzata nella guerra-lampo. Una meraviglia non sorpassata ma riproducibile all'infinito, non so quanto rivoluzioanaria e sicuramente svilita dall'uso e consumo.

Non è una questione di errori storici, di visioni errate, di seduzione della macchina: è proprio una questione di entusiasmo che perdura di fronte al movimento. Pensavo, insomma, che di fronte alla corsa folle che invade gli occhi, di fronte allo spettacolo della distruzione, avessimo imparato a essere un po' più scettici, meno frastornati, né estetici né tantomeno estatici.

Come il Proust di questo passaggio dal Tempo ritrovato, dedicato alla percezione della guerra e al suo fascino indiscutibile. Un Proust incerto dei suoi stessi pensieri e piaceri:

Dissi con umiltà a Robert quanto poco si sentisse la guerra a Parigi. Mi rispose che anche a Parigi, a volte, era «abbastanza incredibile». Alludeva a un’incursione di zeppelin che c’era stata la notte prima e mi chiese se non l’avessi vista, ma come in altri tempi m’avrebbe parlato d’uno spettacolo di grande bellezza estetica. Al fronte si può ancora capire che vi sia una sorta di civetteria nel dire: «È stupendo, che rosa! e quel verde pallido!», mentre si può essere uccisi da un momento all’altro; ma era inconcepibile che Saint-Loup lo facesse a Parigi [...]. Dal nostro balcone la città appariva come un unico luogo fluido, informe e nero che dalle profondità e dalla notte passava di colpo nella luce e nel cielo, dove gli aviatori si lanciavano a uno a uno all’appello lacerante delle sirene, mentre con un movimento più lento ma più insidioso, più allarmante, giacché il loro sguardo faceva pensare all’oggetto ancora invisibile e forse già vicino che stava cercando, i riflettori si spostavano senza posa, fiutando il nemico, accerchiandolo con le loro luci finché gli aerei, indirizzati su di lui, scattavano in caccia per ghermirlo. E, squadriglia dopo squadriglia, ogni aviatore si lanciava così dalla città, trasportata ora nel cielo, simile a una Valchiria.

Marcel Proust, Il tempo ritrovato (traduzione di Giovanni Raboni)

O come l'Edgar Reitz del primo Heimat, che nell’episodio La via delle alture del Reich ferma nel tempo la felicità del popolo tedesco durante il nazismo prebellico proprio con la rappresentazione di una gara di macchine da corsa: le vetture sfrecciano alzando nuvole di polvere, gli abitanti di Schabbach si raccolgono lungo la strada per vederle passare, nei loro occhi speranzosi si coglie la voglia di afferrare un frammento di velocità, di futuro. Il presente è sereno, finalmente benestante, e soprattutto è il presagio di un destino senza ostacoli. È il 1938... 




In entrambi questi casi, insomma, la fascinazione dell'occhio, dei sensi, anche del cuore è indubbia, ma pure – ed è qui l’elemento che a mio parere manca nel frastuono di Bay – la consapevolezza dell’errore. Il presagio dell’orrore. Il dubbio, insomma, che è sempre, questo sì, oltre il tempo e la Storia e soprattutto pienamente umano, non ancora, forse, meccanizzato.