Encounters

Hygiène sociale di Denis Côté

La fuga dal mondo e la ricerca di uno spazio libero e aperto in cui vivere sono da sempre i temi fondamentali del cinema del regista canadese Denis Côté. E il suo penultimo film, Wilcox, presentato nel 2019 al Festival di Locarno e dedicato al viaggio in solitaria di un esploratore delle terre selvaggia del Canada, è in tal senso la sua opera più esplicita e rivelatrice, qualla in cui la vastità del mondo sconosciuto diventa il doppio opposto e speculare della piccolezza interiore che ciascun essere umano riconosce dentro di sé.

Hygiène sociale, il suo ultimo film presentato nella sezione Encounters della 71° Berlinale, è all’opposto di Wilcox per impostazione e messinscena, ma per quanto ideato e in parte scritto già nel 2015 sembra nascere direttamente da quell’esperienza, ne è una sorta di versante opposto e concettuale.

Il protagonista del film, il trentenne Antonin, è un dandy fuori tempo massimo, un figlio di buona famiglia diventato ladro per spregio nei confronti della società (e il richiamo a Bresson non è probabilmente casuale), che sullo sfondo di paesaggi naturali rigogliosi, ben vestito e ben curato, dialoga nel corso di una decina di tableaux vivant con cinque donne che fanno parte della sua vita: la sorella Solveig, la moglie Églantine, l’amante Cassiopée, la funzionaria delle tasse Rose e una ragazza androgina che ha derubato, Aurore.

Con parole altisonanti e toni stranianti – un incrocio fra il teatro brechtiano e un film di De Oliveira, con i personaggi ripresi in campo medio, l’uno di fianco all’altro, senza contatto fisico o visuale – nei fitti dialoghi delle singole scene (inframmezzate da riprese a mano di un’altra possibile fuga nei boschi simile a quella di Wilcox) Antonin mette in pratica la sua filosofia tipicamente maschile di sopravvivenza allo spirito femminile, difendendosi dagli attacchi giustificati delle donne (che lo richiamano a principi morali, sociali, sentimentali, emotivi) sciorinando teorie libertarie e approssimative, mentendo e difendendo l’impossibile, parlando in modo arrogante e altezzoso da filosofo buffone.

La fuga dal mondo di Antonin, laddove quella di Wilcox era fisica e spirituale, è intellettuale e infantile, è una resistenza capricciosa al buon senso e al vivere comune; è una scelta di libertà e al tempo stesso un’idiozia bell’e buona. Artista del furto, ingenuo, a suo modo innocente, Antonin è ancora una volta un personaggio inchiodato a terra, come le due protagoniste di Vic + Flo ont vu un ours nel terribile finale di quel film. Qui, però, i colpi sono invisibili, sono parole artificiose, volatili, vuote, all’occorrenza feroci e pesanti come macigni. Allo stesso modo, la messinscena è tutta giocata sull’idea di contrasto, di apertura e insieme di ristrettezza, con i paesaggi boscosi a perdita d’occhio che mettono in risalto (e ridicolizzano) figurine colorate e agghindate. La natura si fa palcoscenico, l’artificio imbriglia l’istinto e la parola usata in modo sia serio sia faceto nasconde dietro le schermaglie il silenzio del fallimento individuale.