Panorama

Casting JonBenet di Kitty Green

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Colorado, 1996. Alla tenerissima età di sei anni, la reginetta di bellezza statunitense JonBenet Ramsey viene trovata morta in casa a seguito di una violenta aggressione. Il caso è tuttora irrisolto, la verità non è mai stata svelata.

La verità. Prende il via proprio da questo concetto il documentario (se così si può definire) di Kitty Green. Meglio ancora, il film prende le mosse dalla ricerca del vero. Sorvolando sulla domanda che da sempre attanaglia il cinema (se sia davvero possibile o meno catturare la realtà attraverso lo sguardo della macchina da presa), Casting JonBenet sembra guardare altrove, interrogandosi sul valore dirompente che quest’arte può nutrire nei confronti della cronaca.

Il cinema è considerato da molti come una lente interpretativa, uno sguardo unico e irripetibile con cui provare a comprendere la vita, l’esistenza, la Storia, la società che ci circonda. Da questo punto di vista, Kitty Green ha tra le mani un’occasione importante per riflettere su quale forma cinematografica sarebbe meglio adottare per colmare il vuoto dei fatti, se il cinema di finzione o lo sguardo documentario. Preferisce però glissare completamente sul discorso, arroccandosi dietro concetti già abbondantemente sviscerati.

Bastano pochi minuti infatti per comprendere che il suo progetto è in realtà focalizzato sul lavoro degli attori (meglio definirli interpreti) e sulle conseguenze che da questo possono scaturire. Attraverso un doppio piano narrativo che intreccia gli spontanei (?) provini ai singoli protagonisti e la messa in scena orchestrata dalla regista (stilisticamente ben separati, poiché incorniciati da un formato cinematografico differente, la Green prova a ricercare la verità ben sapendo che, proprio come per l’omicidio di JonBenet, questa è impossibile da cogliere.

Così, l’interpretazione adottata dagli attori non può far altro che condurre i protagonisti della vicenda a (ri)vivere una loro versione dei fatti, a donare al contesto una chiave di lettura individuale e irripetibile. Questo è il motivo per cui la regista si focalizza sull’atto performativo, non sul suo esito; sulla ricerca del vero e non sulla verità.

Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. Considerando soprattutto che il tutto sia già chiaro al decimo minuto, mentre per gli altri settanta si ritorna sui medesimi concetti in maniera ridondante, senza buttare buona luce né sul caso della piccola JonBenet, né sull’esito del lavoro della regista.