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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

Ping Pong

Una storia vera (12)

12.

In realtà la ragazza con lo zaino in spalla più che scocciata sembra interdetta e quasi infastidita dal passaggio di Alvin. Sembra pensare: "Ma dove crede di andare questo vecchio pazzo"? Al minuto 35'50" la vediamo allungare il braccio per provare a fermare una macchina che sfreccia veloce e suona il clacson. Quando vede il tagliaerba di Alvin (quanto ci mette ad arrivare lì da lei?), la ragazza fa due passi indietro con le braccia sui fianchi. Alvin la saluta passandole davanti, ma lei non risponde (maleducata). Lei ha fretta di andare, di fuggire, di muoversi, non le serve quel trabiccolo che viaggia a passo d'uomo.

Una dissolvenza incrociata ci svela il profilo di una collina al tramonto. E' arrivata la sera. Alvin ha acceso un fuoco. Alvin è piccolo, immerso nell'immenso buio della notte, illuminato appena dalla luce delle fiamme. E dalla notte buia sbuca anche lei, con le mani in tasca: "Non si è fermato nessuno".

La ragazza ora sembra dolce e indifesa. Lui le offre da mangiare, ovviamente salsicce. Dopo qualche campo e controcampo, li ritroviamo insieme nella stessa inquadratura, intorno al fuoco. Poi Lynch li separa di nuovo, in un dialogo che lei inaugura (dopo aver lanciato un'occhiata al rimorchio) con un: "Che schifo di rottame!". Ragazzaccia. "Pensa a mangiare, principessa", risponde Alvin, e noi applaudiamo il vecchio cowboy e la sua rude ironia che la mette al suo posto. 

Il silenzio risistema le cose. Lei mangia, forse comincia a capire, lui la guarda e la vede finalmente fragile. Ora si può parlare sul serio. 

La macchina da presa si sofferma sul fuoco e poi si sposta sulle scarpe da tennis di lei, i pantaloni col risvolto sopra strati di vestiti, i suoi occhi spauriti. "E' da molto che sei in viaggio?", chiede la ragazza. "Beh, praticamente da tutta la vita". La metafora del film è così evidente che se ne può parlare apertamente. E solo ora, in questo dialogo con una sconosciuta - con lui e lei in c/cc da una parte dell'inquadratura, quella in cui c'è il buio, e la fiamma che trema dall'altra parte dell'immagine - scopriamo qualcosa della vita di Alvin:  i 14 figli, solo 7 sopravvissuti, la moglie morta 11 anni fa.

"Dov'è la tua famiglia?", chiede Alvin. E lei risponde col silenzio. Lo stacco sul primo piano di lui ci fa capire che stiamo arrivando al dunque. "Sei scappata di casa"? "A che mese sei?".  Alvin ha già capito tutto, ma invece di fare la predica a questa ragazza in fuga (in viaggio!) al quinto mese di gravidanza, le racconta una storia, la sua storia, quella che stiamo vivendo attraverso il film. Noi diventiamo lei, siamo la ragazza che da quella storia forse può imparare qualcosa sulla propria vita, il proprio viaggio. "Sto andando a trovare mio fratello", le dice, e parlano del Wisconsin, delle feste grandiose che fanno laggiù, e se la ridono, sono già amici. C'è intimità, ora, c'è lo spazio necessario per la verità (umana).

Dopo la fame, intanto, arriva il freddo. Siamo al livello dei bisogni essenziali: mangiare, trovare un riparo, amare, essere amati. Lei va a prendersi una coperta sul rimorchio, il "rottame".  E dopo un altro lungo silenzio (quanto è vero questo incontro!), dopo che lei ha raccontato le sue paure (la sua famiglia la odierà per quel bambino, neanche il suo ragazzo lo sa), dopo che lui le ha detto che un letto caldo è meglio che stare a mangiare salsicce all'aperto con un vecchio pazzo che viaggia su un tagliaerba, ecco che Alvin le rivela, ci rivela, la storia di Rose: "Qualcuno pensa che sia ritardata, ma non è così, sa molto bene quello che conta veramente nella vita". 

Alvin racconta di un incendio terribile, sulle immagini del piccolo fuoco che scalda il vecchio e la ragazza (ricordare fa male ma è necessario, la memoria è una fiamma da tener viva, la distanza rende tutto meno tragico, ma ugualmente terribile). Uno dei quattro bambini di Rose rimase gravemente ustionato. E mentre ascoltiamo Alvin, la macchina da presa per la prima volta si stacca dal presente per riportarci lentamente dentro l'immagine che aveva lasciato in sospeso, la palla che rotola e Rose che guarda fuori dalla finestra e vede se stessa in lacrime. Le portarono via i bambini. Da quel giorno non fa altro che piangere quell'assenza.

E' tempo di arrivare alla parabola finale: un gioco che Alvin faceva coi suoi figli. Un bastoncino è facile da spezzare. Ma se li leghi in un mazzetto, romperli è impossibile: "Quel mazzetto è la famiglia". Ciò che in qualsiasi altro film sarebbe vuota retorica, perfino un po' sospetta, qui diventa miracolosamente vero, sincero, buono e giusto. 

E' tempo di andare a dormire. Lei rimarrà lì fuori, "Perché guardare le stelle mi aiuta a pensare" (sì, piace anche ad Alvin e a Rose e a tutti noi). La ragazza lo aiuta ad alzarsi, è già diventata un'altra, o forse è tornata ad essere se stessa. E il giorno dopo, al suo posto, Alvin troverà solo un mazzetto di bastoncini legati. 

(Leggete qui le puntate precedenti)