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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

Ping Pong

Una storia vera (7)

7.

Faccio un saltino indietro. Quel tono da commedia che ha la scena, descritta da Fabrizio nel ping pong n. 6, di Alvin che prepara il suo rimorchio e Rose che gli ricorda tutti i suoi mali, è gustosamente sottolineato dalla corrispondenza tra il suono cigolante che fa il seghetto mentre Alvin taglia una sbarra di ferro e la litania balbettante di Rose che elenca le malattie del padre. Sembra che Alvin muova intenzionalmente e umoristicamente avanti e indietro il seghetto al ritmo della filastrocca di Rose. Alla fine, Alvin ride quando Rose imita lui che si tira dritta la schiena lamentandosi. Tra i due, sottolinea Lynch, corre un'intesa consolidata, c'è una solidarietà fresca, naturale. E Lynch si diverte ancora quando mostra le due facce disgustate, con una brutta smorfia, di Rose e della cassiera che odiano il paté di fegato.

Vado avanti. La sequenza nel negozio di ferramenta è piuttosto bizzarra. C'è Rose, che non interviene mai e si vede solo nella prima inquadratura. Ci sono quattro altre persone, tutti vecchietti ovviamente, che sospettano che Alvin abbia in mente qualcosa. Uno di loro, Sig, baffoni spioventi e aria da inquisitore di paese, chiede perché tutto quel gasolio. Alvin lo sistema con un “son of a gun” e subito passa ad altro.

Vuole comprare una pinza di quelle che servono a prendere qualcosa che sta su un ripiano in alto o a tirare su qualcosa senza abbassarsi (sta pensando alla sua schiena). Il padrone del negozio fa finta di non capire. Alvin gli indica il “grabber”, la pinza afferra-oggetti. «It's my grabber, Alvin» dice il negoziante con voce lamentosa, guarda i due grabber dietro al banco, dice che gli servono tutti e due. Alvin offre cinque dollari. Il commerciante dice che sono difficili da trovare, gli ci vorranno due mesi per far arrivare un'altra pinza, sta sudando, alza il prezzo a dieci dollari.

Perché tutta questa trattativa su un'asta afferra-oggetti? Perché a Lynch serve per arrivare alla battuta conclusiva. Alvin accetta i dieci dollari, il negoziante prende la pinza, se ne distacca con dispiacere, Alvin la prende e la prova. Quel ficcanaso di Gis chiede: ma a cosa serve ad Alvin quel “grabber”? E Alvin, bravissimo, laconico, perfetto: «Grabbin'». Ecco dove Lynch – e Alvin! - vogliono arrivare: a dire una cosa semplicissima, che un “grabber”, un utensile che serve per afferrare, serve appunto per afferrare.

Mi è sempre venuto da pensare che il percorso lungo tutta questa scena, quasi uno sketch, sia stato costruito da Lynch con uno scopo preciso: quello di fare di Alvin un personaggio, un uomo, del tutto pragmatico (un afferra-oggetti serve per afferrare oggetti) e quello di prendere un po' in giro se stesso. Lynch prende in giro Lynch. Lui che, nei suoi film ha sempre sciolto il troppo rigido reale nell'acido della indecidibilità, qui si arrende alla sana, semplice chiarezza del linguaggio e dell'esperienza. Alvin avrà bisogno di afferrare oggetti, quindi si compra un grabber. Le cose servono per fare ciò per cui sono state pensate, fatte e usate da sempre. Ci saranno poi nel film delle scene lynchiane (la donna che investe i cervi...), ma qui è il mondo delle cose come sono ad avere il sopravvento. Lynch si inchina e rende omaggio al suo Alvin. Realista. Effettuale.

Siamo arrivati a 21 minuti e 28 secondi.

(Leggete qui i primi sei capitoli)