L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

La notte di Vermicino

«Tre squadre composte da sei minatori maremmani ciascuna recuperano Alfredino. È in un blocco di fango e ghiaccio lungo un metro e mezzo del diametro di 50 centimetri. Ha pezzi di legno accanto alla testa e alle braccia» (Corriere della Sera).

Termina un incubo, o forse si riaccende. No, non si tratta di un remake di L'asso nella manica, anche se il carnival è altrettanto big.

Un mese prima da un paio di giorni si sentiva parlare di un bambino caduto in un pozzo a Vermicino, presso Roma, e dei primi tentativi di salvarlo. Poi improvvisamente si era passati in diretta, nel senso che verso le 14 di venerdì 12 giugno 1981 l’italiano dotato di comune senso del televisore si era posto, dopo colazione, davanti all’apparecchio per avere le ultime notizie in proposito e né lui né il mezzo si sarebbero separati più sino alle 6.30 del successivo mattino.

Si innestava un meccanismo per il quale, come lo spettatore non si solleverà più per sedici ore dalla sua poltrona annullando ogni esigenza e ogni impegno, così per sedici ore la troupe televisiva inviata sul posto per un normale servizio non si sposterà più dal ciglione erboso sul quale si era installata con le sue normali apparecchiature. L’imprevedibilità dell’evenienza e soprattutto quella del suo protrarsi fecero sì che la trasmissione-fiume avvenisse a reti unificate, ma ciò solo per quanto riguardava le immagini. Assistemmo così a una ben strana “ricerca del consenso”. Chi fosse trascorso di testo in testo, per un’inesauribile voglia di saperne di più, non solo avrebbe finito col perdere di concentrazione, ma si sarebbe anche rozzamente costruito un proprio modello d’interpretazione.

La postazione delle telecamera era fissa; una volta appostatasi, essa risultava “impotente”, capace di frugare lo scenario solo con lentissime e ripetitive panoramiche o zoomate: poteva al più chiamare a sé, per un’intervista o un'opinione, gli astanti. Questo fatto oggettivo di impotenza del mezzo, dovuto probabilmente alla fretta o alla scarsa agibilità del terreno circostante, anziché sminuire il messaggio ne aveva esasperato il senso; la telecamera non era diversa da un qualsiasi individuo presente a un evento o trovatosi a osservare da una posizione obbligata.

In quello sterminato profluvio di immagini, in quell’indagare impietoso su una folla di addetti e di curiosi, di sventurati e di ospiti, in quel lento ma progressivo familiarizzarsi con una serie di protagonisti sino a un attimo prima a tutti sconosciuti, la visione in realtà era assente. Si guardava e non si vedeva, o meglio si vedeva ciò che non si guardava: le viscere della terra, i soccorritori impegnati in angusti cunicoli o sospesi a testa in giù e soprattutto lui, Alfredino Rampi, rannicchiato nel suo anfratto. Questo tipo di dissociazione era la vera fonte di angoscia, come il buio impenetrabile o gli incubi notturni. Ed ecco allora che le voci, provenienti “da sotto”, si sostituivano alle immagini, costituivano la vera pregnanza dell’evento. Quel ripetuto quanto vano “lo tengo, lo tengo” pronunciato dal soccorritore Angelo Licheni valeva l’intera tensione dello “spettacolo” e il “prezzo” del biglietto, assommava in una parola una lezione completa di teoria della percezione.